di Edilberto de Angelis

Io, che nella vita ho sempre improvvisato, anche perché la vita, per sua natura, è fatta così, mi ritrovo, per via del Covid, in un mondo in cui niente si può più improvvisare, grazie alle assurde norme anti-pandemia, per le quali bisogna prevedere tutto prima, un incubo. Così, se continueremo a vivere in una società del genere, alla fine finiranno per sopravvivere solo i pianificatori, quelli che sanno ciò che fanno, quando lo fanno, perché lo fanno, come dei robot, mentre saranno destinati a scomparire quelli, come me, che vivono e decidono come uomini, alla giornata, come capita, perché la vita stessa è imprevisto e improvvisazione. Anche adesso, ad esempio, scrivo improvvisando, perché non so cosa scrivere. Infatti, cosa scriverò? Di sicuro, vista la situazione, qualcosa che ha a che fare col coronavirus o meglio: su come percepiamo questo virus, che a causa del terrorismo che si è scatenato è considerato alla stregua dell’Ebola o della peste bubbonica: una malattia molto letale, anche se non lo è. Perché, il corona, è un virus insidioso ma poco letale. Lo dicono i maggiori esperti e le statistiche, anche se, nella nostra mente, pensiamo di essere in presenza di una malattia incurabile che potrebbe mettere in pericolo addirittura la sopravvivenza della specie umana. Ma per colpa di chi si ha questa percezione? Dei media? Dei social? Nossignore. A farci diventare scemi, per il Covid, è la nostra classe dirigente, e cioè le persone che dovrebbero tranquillizzarci, darci coraggio, guidarci, appunto. Come i medici, i politici, gli scienziati, gli intellettuali, dai quali, quando li incontriamo o li ascoltiamo ci piacerebbe sentire messaggi d'incoraggiamento, di fiducia e ottimismo, per cui stare di certo attenti ma continuare a fare la vita di sempre, magari senza esagerazioni, perché il contagiato, nella stragrande maggioranza dei casi, non è malato e qualora lo fosse potrebbe curarsi a casa, con i farmaci giusti, quelli che si trovano in farmacia, senza dover andare in ospedale, dove spesso si va più per il panico che per la malattia. Invece, niente: da loro, che sembra vogliano salvarci pianificando e drammatizzando tutto, forse perché intendono controllarci attraverso il ricatto della salute, ci sentiamo dire che per via dei contagi dovremmo rinunciare a vivere e a essere liberi. Quindi, oltre a mascherine e distanziamento, chiusi dentro e rinuncia a qualsiasi tipo di attività, comprese quelle lavorative, scolastiche e culturali. Ecco perché, per la mia visione della vita, che non è fatalista, per carità, ma neppure controllo del disordine naturale, non ho nessuna intenzione di adeguarmi allo stupido ordine imposto dalle misure programmate da una classe dirigente di fascistelli cacasotto, per prevenire i contagi, e un ipocondriaco come me ci si sarebbe adeguato anche senza i DPCM del professorino di Foggia o le ordinanze di sindaci di cartapesta, però perfino a livello generale quest’idea di pianificare l’esistenza in ogni singolo dettaglio mi sembra una cretinata, e da ogni punto di vista. Ed è un gran peccato che le cretinate abbiano oscurato l’unica nota positiva di tutta questa brutta e oscena vicenda: che è legata al proibizionismo scatenato dalla natura programmatoria di ogni attività. Infatti, il proibizionismo sta salvando molte attività quasi moribonde cui nessuno si dedica più con passione, come la scuola, il lavoro, i musei, i cinema, i teatri, cui tutti vogliono tornare, con entusiasmo, nonostante quelli che pianificano non l’abbiano previsto. Mi spiace solo di non riuscire a gioire neppure per questo, non me ne può fregare di meno di quello che saranno la scuola, il lavoro e la cultura dopo la pandemia se la loro sopravvivenza non sarà frutto di libere e consapevoli scelte. Comunque sia, non so cosa pensare, se non che dovrò affidarmi a qualcuno che pianifichi per me facendomi credere che io stia improvvisando. Può essere una nuova professione: i pianificatori degli improvvisatori. Che bello.