di Edilberto de Angelis

Finalmente Nicola Gratteri ne dice una giusta. Infatti, in un’intervista rilasciata a Annalisa Chirico, dice che per rendere efficiente la giustizia bisognerebbe “garantire la certezza della pena e mettere a punto una serie di riforme per rendere sconveniente delinquere”. La scoperta dell’acqua calda, che nonostante tutto ci fa essere d’accordo con lo scrittore-conferenziere-procuratore antimafia di Catanzaro, perché l’Italia, dal punto di vista del diritto, è un paese che fa davvero schifo, poiché, spesso, mette in galera gli innocenti e lascia criminali abituali e pluripregiudicati liberi di delinquere (come spesso avviene con gli indulgenti colleghi giudici di Gratteri). E’ un fenomeno che accade dappertutto, ma che riveste una particolare pericolosità nelle zone infestate dalla criminalità organizzata, dove a finire nelle mani della giustizia, guarda caso, sono sempre le stesse persone, che misteriosamente non restano per molto tempo ospiti della patrie galere, nonostante commettano assiduamente gravi reati. Ecco perché ci permettiamo di dare alla politica (e ai magistrati, a cominciare da quelli autorevoli e ascoltati come Gratteri che ha ben fatto a porre il problema) un suggerimento: perché non spingere per approvare, in Parlamento, nuove norme (anche costituzionali, se necessario) che, aggiungendosi a quelle già esistenti, contemplino più poteri di repressione sulla falsariga della legge del “tre volte e sei fuori”, in vigore negli Stati Uniti, che prevede oltre a un innalzamento delle pene anche la loro applicazione automatica, quindi senza la discrezionalità dei giudici, per i recidivi dei reati gravi, compresi quelli legati alla criminalità organizzata. Perché, in America lo Stato, per garantire maggiore sicurezza ai propri cittadini, ha introdotto un principio penale secondo cui chi subisce tre condanne definitive per gravi reati commessi e scoperti resta in galera per sempre o prende una condanna esemplare. E’ un approccio duro, che farà storcere il naso a molti garantisti a giorni alterni, poiché è sintomatico del trapasso dalla tradizionale onnipotenza dell’ideale trattamentale/riabilitativo alla retribuzione e la prevenzione, ma necessario a evitare che lo stesso soggetto, già resosi responsabile di gravi reati, anche di mafia e dintorni, e magari entrato e uscito dalle prigioni decine di volte, ritorni in circolazione e a essere pericoloso. L’ergastolo o pene severissime, da scontare interamente, per i recidivi è una norma di civiltà, alla cui base sta la convinzione, molto radicata nell’opinione pubblica, dell’esistenza di un criminale “abituale”, “incorreggibile”, “irrecuperabile”, magari perché membro di una complessa struttura, qual è appunto un’organizzazione mafiosa, per cui il crimine è una professione. Ecco perché lo Stato, ponendo il recidivo nella condizione di non nuocere, lancia alla società un messaggio chiaro e forte che è di natura intimidativa, deterrente, prospettica, di prevenzione del crimine, appunto, per cui è impossibile non cogliere la visione di provvedimenti del genere, che guardano al futuro giudicando il passato, che mirano a punire un soggetto non tanto per il reato commesso, quanto per lo status di “recidivo”. E nell’ottica di queste misure non è tanto la persona a porsi di fronte al giudice, quanto piuttosto la sua fedina penale. I provvedimenti instaurano un meccanismo punitivo che impone al giudice di comminare la condanna all’ergastolo o a un numero di anni di fatto corrispondenti, nel caso in cui il reo commetta per la terza volta un reato che rientri nella categoria dei reati gravi, a cominciare da quelli di mafia. E sono leggi quelle del “tre volte e sei fuori”, che appartenendo alla “famiglia” delle misure di condanna obbligatoria, s’impongono senza lasciare discrezionalità. Al giudice, ovviamente. Potrebbe essere quel metodo per rendere “sconveniente delinquere” indicato da Gratteri.