Redazione

In una nazione totalmente politicizzata, dove la classe politica interviene su tutto, prevale il cosiddetto primato della politica, che i politici devono necessariamente esercitare, se non vogliono che le scelte politiche siano determinate dai cosiddetti tecnici, che tra l’altro nessuno controlla perché non eletti, come purtroppo sta avvenendo con la gestione del Covid. Per combattere il quale è stato adottato un modello in cui la politica, per incapacità, ha affidato il governo della pandemia quasi interamente ai cosiddetti “esperti”, che decidono su divieti che condizionano la nostra vita e limitano le nostre libertà costituzionali. Per cui, non avendo i politici nulla da dire, nelle fasi di aumento dei contagi i tecnici aumentano il novero dei divieti; nelle fasi favorevoli invece allentano la stretta, rimuovendo gradualmente questo o quel divieto. Oggi, però, dopo un anno di sperimentazione possiamo dire che questo approccio, in cui la politica ha abdicato al proprio ruolo, è fallito, visti i danni che ha fatto, e che bisogna passare a un modello diverso, in cui sia la politica a determinare la gestione dell’epidemia, chiedendo ai tecnici come si possa gestire l’epidemia passando dalla logica apertura/chiusura a quella delle aperture secondo le regole. Qualche esempio per capirci: la politica, su consiglio dei tecnici, piuttosto che dire musei, cinema e teatri chiusi, dovrebbe imporre regole che disciplinino, anche molto severamente, gli accessi (quante persone in rapporto alla capienza massima, che durata massima dello spettacolo, assenza di intervalli, eventualmente sottoposizione a test preventivi individuali rapidi…). Piuttosto che chiudere tutti i ristoranti, o chiuderli tutti a cena lasciandoli aperti a pranzo, dovrebbe disciplinare con rigore accessi, spazi, controlli… Piuttosto che “chiudere” le regioni, dovrebbe regolare il viaggio di chi si muove, magari con mezzo proprio: test preventivo, disciplina delle soste negli autogrill, quante persone in auto… E’ vero che i due modelli sono e saranno ibridi. Ma nel secondo modello lo stato si impegna a non usare i divieti fin quando non si dimostri che non è possibile adottare un sistema di regole che, lasciando aperta quella specifica attività, consenta di contenere significativamente il rischio di contagio. Il passaggio al modello delle aperture regolate non è auspicabile solo perché più aderente a uno stato di diritto. Ma anche perché produrrebbe effetti economici significativi, per le categorie interessate e per lo stesso bilancio pubblico. E’ ormai chiaro che ogni qual volta lo stato vieta una determinata attività ne azzera la capacità di generare ricchezza, e sarà costretto a “ristorare” (mai abbastanza peraltro) imprese e persone che ne sono colpite. Una sostituzione dei divieti con regole di comportamento avrebbe effetti meno catastrofici. Ecco: piuttosto che interrogarsi sulla presenza dell’orribile Speranza nel governo, occorrerebbe chiedersi se Draghi è orientato, ogni qual volta il suo ministro gli proporrà una chiusura, a chiedergli conto del perché invece della chiusura non propone regole di comportamento. Sarebbe l’unico modo per far fallire la missione di chi vorrebbe vedere azzerato il profitto, sterco del diavolo.