Redazione

Sappiamo che le prossime elezioni regionali, a meno d’imprevisti e vista anche la povertà degli avversari, saranno vinte dal centrodestra, perché oltre a Forza Italia, che in Calabria ha una delle sue storiche roccaforti, sono in ascesa anche Lega e Fratelli d’Italia. È un dato di fatto, che alla luce di quello che è sempre accaduto da queste parti, ci preoccupa non poco, poiché questa annunciata vittoria, spinta anche dai sondaggi, presenta un forte rischio: che a contare nei partiti del centrodestra (direttamente o tramite i loro congiunti, che in alcuni casi rappresentano pur sempre un’evoluzione della specie) siano ancora una volta equivoci personaggi della vecchia politica, che sfrutteranno i vincitori per accaparrarsi risorse pubbliche da distribuire con finalità clientelari. È la riproposizione di un vecchio malcostume della politica locale, di fronte al quale, questa volta, non si può far finta di niente, perché oggi, a differenza del passato, quando, ad esempio, Forza Italia, alle regionali, proprio per aver imbarcato il peggio della vecchia politica fece fallire le prime giunte di centrodestra, nel più totale disinteresse, nasconde un’insidia: quella che la possibile affermazione elettorale del centrodestra possa risultare molto fragile e non porti nessuna novità e soprattutto nessuna delle attese riforme che necessitano dopo la fase pandemica, facendo così perdere alla Calabria, e al Sud in generale, l’ennesima occasione per avviare un effettivo processo di modernizzazione politico-culturale. È il motivo per cui sarebbe opportuno che le forze di centrodestra, a cominciare dalla Lega, proponessero agli elettori calabresi candidati capaci di sostenere e incarnare una nuova e forte proposta politica, basata su principi di novità, come l’uso dei termovalorizzatori per risolvere il problema dei rifiuti, di libertà, come l’introduzione di elementi di concorrenza nella sanità, e su quella “rivoluzione delle autonomie locali”, pensata da lungimiranti meridionalisti quali Sturzo e Salvemini (anche per far capire a tutti, che sul discorso delle autonomie non c’è un primato del Nord), capace, come scriveva lo stesso Salvemini, di “emancipare le classi dirigenti meridionali, e formare una pubblica opinione consapevole dei diritti e dei doveri di un cittadino in uno stato democratico”. Sarebbe una proposta politica interessante, perché oltre a colmare il vuoto di idee che vediamo da tempo nella politica calabrese, sposterebbe il dibattito sulla questione meridionale dal terreno della pura assistenza a quello della libertà e dell’innovazione, in modo da far capire alla popolazione calabrese, e di conseguenza a tutto il meridione, che, come ripeteva Salvemini, “per risolvere la questione meridionale è necessario un decentramento amministrativo che dia a Roma solo i poteri essenziali”. Sarebbe la prima volta che un'elezione regionale si baserebbe, finalmente, su quel concetto di federalismo concorrenziale che andiamo sostenendo da tempo e che stava alla base del progetto politico-culturale della prima Lega, che se riproposto oggi, magari inserendo nella lista dei propri riferimenti culturali anche illuminati meridionalisti, quali Sturzo, Salvemini, Guido Dorso, Giustino Fortunato, dimostrerebbe, da qui all'appuntamento elettorale del prossimo ottobre, di essere un partito che possiede lo sguardo lungo di chi è attento più alla storia che alla cronaca quotidiana, in modo che la “rivoluzione delle autonomie”, sognata da Sturzo, diventi un potente volano per modernizzare il Sud, magari cominciando proprio dalla Calabria. Sarebbe il caso che Salvini se ne convincesse e consigliasse ai suoi dirigenti e a Occhiuto, candidato presidente, di stare lontani, anzi, lontanissimi, da certi personaggi che essendo, come li ha definiti, tempo addietro lo stesso Salvini, “spazzatura”, sono estranei a questo progetto.