di Anton Giulio Madeo

Ce ne rendiamo conto e lo abbiamo già scritto. La politica, spesso, è talmente semplice da rischiare di essere incomprensibile. Infatti, nei giorni scorsi, se tutti hanno saputo, con chiarezza, che alcuni consiglieri della maggioranza non sosterranno più il sindaco Stasi, nessuno, invece, ha ancora capito il vero motivo di questo forfait, perché gli stessi consiglieri si sono esercitati in cose da nulla, in formule ambigue, banali, frivole, generiche, nel tentativo (riuscito) di spostare l’attenzione dalla sostanza dei problemi (e dei principi) ai dettagli ininfluenti. Intorbidare le acque è tipico della politica dei mediocri; serve a far confusione, perché nel casino non si comprende più quali siano gli argomenti seri su cui dibattere e quali no e se il re sia nudo o no. Per questo vogliamo chiarire meglio un punto, con un po’ di cattiveria, di civetteria e, perché no, d’immaginazione, riconducibile al tema, noiosissimo ma ovvio, della fusione, che è servito in realtà, a buona parte della nostra classe politica, compresi i tre o quattro sciagurati dissidenti, a occultare un interrogativo ormai non più rinviabile: cosa farne di questa città? Perché se da una parte, quella dei nemici della fusione, è facile rispondere con un “bisogna tornare all'autonomia dei due comuni”, dall'altra, e cioè dalla parte di chi sostiene che la città unica sia stata e sia ancora un’idea formidabile, si nota l’incapacità di spiegarlo e di focalizzare l’attenzione sul vero male di questa operazione che non decolla: l’inesistenza di un’identità “comune” delle popolazioni che si sono fuse. Infatti, le popolazioni di questo territorio, nonostante il comune unico sia nato già da tempo, hanno purtroppo continuato con la loro vocazione a sentirsi prima di tutto coriglianesi e rossanesi, poiché hanno completamente escluso dal dibattito politico sulla città unica l’idea che per andare avanti insieme si debba avere una comune identità politica e socio-culturale e non pensare a gestire insieme alcuni servizi o salvare il peggiore tribunale della storia d’Italia. Perciò, conseguenza di questa carenza è che, al di là delle apparenze, per cui tutti a parole ci sentiamo parte della stessa città, non ci sentiamo parte della stessa comunità. E lo dimostra il fatto che continua, purtroppo, a esistere forte competizione e forte diffidenza tra i due paesi, le due popolazioni e le due classi dirigenti, che alla fine non premierà nessuno, se l’obiettivo è quello di creare una città grande, moderna e competitiva. Quindi non è una sorpresa scoprire che oggi l’idea di essere cittadini di un unico comune più che culturale è solo burocratica (infatti, non si fa altro che parlare di dislocazione degli uffici e del personale e di altre bestialità del genere), e che proprio per questo su di essa stia insistendo, magari sottotraccia, soprattutto la città di Rossano (o parte di essa, poiché anche lì crescono sfiducia e dissenso), che dalla fusione ha tutto da guadagnare, con i coriglianesi che come utili idioti seguono e assecondano, dopo averla a lungo osteggiata, per ignoranza, stanchezza o per disciplina, e mai per convinzione o vocazione, poiché a volte dire di sì non costa nulla, specie quando non si ha nulla da dire e si ha una vocazione tafazzista da fare schifo. Ma una volta tanto, soprattutto noi coriglianesi, vogliamo trovare argomenti veri e interessanti su cui basare un confronto politico degno di questo nome? Vogliamo provare a farlo, magari aprendo un dibattito su due argomenti che la comune identità potrebbero favorirla, e cioè la cultura e l'economia? Due argomenti utili quindi per farsi un’idea dello stato attuale della fusione in città e nella sua classe dirigente, ammesso che ce ne sia una degna di essere definita tale. Altrimenti ognuno per la propria strada.