Redazione

È andata come pensavamo: alle elezioni del 3 e 4 ottobre quello degli astenuti, in Calabria, è stato il primo partito. Infatti, ha votato appena il 44 per cento degli elettori. Era già accaduto nel 2020, quando ci fu lo stesso livello di partecipazione. È un dato preoccupante, perché ci parla, ancora una volta, di una classe politica che non si regge sul voto libero e d’opinione, ma su una gestione clientelare del potere e del denaro pubblico, che producendo abbondanti benefici solo per una parte di votanti interessati, ormai schiavizzati da alcuni personaggi che li spostano come e dove vogliono, continua a mortificare la qualità del personale politico e delle istituzioni. Infatti, in questi giorni di campagna elettorale, l’attenzione della gente interessata al voto non era rivolta ai programmi e alle scelte dei candidati, purtroppo inesistenti, ma alla disponibilità di questo o quel personaggio a dare udienza in caso di bisogno (vedi sussidi, posti di lavoro e magari ricoveri ospedalieri). Una mortificazione, che comunque non va ad oscurare l’elemento positivo che c’è dietro questa astensione e che riguarda la fine della pervasività della politica, e cioè partiti che avendo mollato un po’ la presa sulla società civile (forse perché la ciccia da distribuire si è ridotta notevolmente) hanno reso liberi più della metà dei calabresi. È una buona notizia, perché a molti cittadini è offerta finalmente la possibilità di tornare a interpretare il voto come esercizio di libertà, di fronte al quale corrisponde un obbligo, per gli altri, di rispettare il libero corso che un individuo cerca di imprimere alle proprie azioni. Per cui è necessario che si accetti l’idea che una persona possa essere libera anche di non votare e quindi di disinteressarsi della politica e della gestione della cosa pubblica, sfatando così il mito del voto come diritto-dovere. Disinteressandosene, infatti, non fa male a nessuno, se non a se stesso, perché con la sua astensione potrebbe contribuire a eleggere un governo che produce poi scelte pubbliche a lui sgradite o avverse (infatti, la politica se non la fai, o la segui, la subisci). L’astenuto, quindi, potrebbe avere delle colpe nella misura in cui, non votando contro, rende possibile l’elezione di un ceto politico che lo danneggia, anche se ci sono occasioni in cui lo scontro è fra contendenti l’uno e l’altro inadeguati. Come è avvenuto in queste elezioni regionali, dove il libero elettore calabrese si è trovato a dover scegliere tra candidati alla presidenza e liste di candidati, di tutti gli schieramenti, non eccelsi. Per cui, alla fine, l’astensione-record che si è registrata, è stata una scelta politica dei cittadini in senso proprio, che ha certificato di quanto sia sceso il livello della politica, un vero e proprio livello di guardia. Forse perché, nella stragrande maggioranza dei casi, da una parte e dall'altra degli schieramenti in lizza, non erano state individuate le personalità migliori, provenienti soprattutto dalla società civile, in grado di intercettare il voto libero. Ecco perché, alla fine, l’elettore, ha deciso che questa appendice autunnale non era sufficiente a rassicurarlo sulle capacità, ritrovate, dei suoi governanti. Da qui l’astensione. Questo, comunque, è un argomento delicato e difficile, sul quale contiamo di tornare, al più presto. Auguri.