di Raffaele Corrado

Di solito, di chi ha ricoperto cariche istituzionali importanti per circa venticinque anni, come Giovanni Dima, ci si limita a tirare le somme, parlandone al passato. Del medesimo Dima ricorderemmo che fu vice sindaco di Corigliano, che ricoprì la carica di consigliere e assessore regionale (all’agricoltura), che fu deputato e sottosegretario alla protezione civile e che ebbe anche incarichi di partito. Dopo quest’orgia di “fu” ed “ebbe” ci accomiateremmo da lui, grati per i trascorsi fecondi e per il contributo alla politica locale e regionale. Siamo invece obbligati a parlare di Dima al presente e anzi a rincorrerlo nel suo alluvionale impegno politico. Infatti se cliccate internet o aprite qualunque giornale, o andate in un bar affollato, lo vedrete in cento salse, impegnato in chiacchiere e interviste sul futuro del centrodestra locale e in faccia a faccia preelettorali e, da qualche tempo, in dibattiti e incontri incandescenti sulla fusione tra i comuni di Corigliano e Rossano, sulla quale l’ex deputato di AN, stando un po’ di qua e un po’ là, si sta spendendo molto, cercando di dimostrare che il comune unico sia la cosa più saggia per far crescere questo territorio. Il fantastico di Dima è che oggi fa tutto questo solo per passione, per quell’immutata passione politica che si porta dietro da anni, da quando ragazzino frequentava la storica sezione del MSI di Corigliano centro e faceva a pungi con qualche “sporco comunista”. Addirittura sublime è che lui, ormai ex politico di lungo corso, quindi senza i limiti e le prudenze di chi ricopre incarichi istituzionali, si sia schierato sin dalla prima ora per la città unica, in maniera sfacciata, aperta, ma a condizione che il dibattito sull’argomento sia serio, nel senso che non sia banale o banalizzato, magari pensando che, come per magia, “la fusione sia la soluzione di tutti i problemi del territorio” che sparirebbero in quattro e quattr’otto. E se lo dice Dima, che di queste cose ormai se ne intende, è perché teme che una cosa del genere possa compromettere il futuro. Infatti, non nasconde che “millenni di storia, che hanno segnato le due città, non si possono annullare velocemente”, per cui il divario tra la fusione vagheggiata, difficile da fare in due minuti, e quella reale, che necessita di più tempo, si sarebbe potuto accorciare già da anni, se solo i due comuni, in passato, avessero avuto un rapporto di “attiva collaborazione”, di dialogo e non di rivalità. Ma così non è stato. Allora ecco che Dima reagisce con uno scavo in profondità al fusionismo pigro e acritico di queste ore e di certi personaggi, proponendo, oltre a tutti i passaggi istituzionali (come piani di fattibilità, referendum consultivo ed eventuali successive leggi regionali), cose concrete, vere, utili, per cambiare nei tempi giusti il territorio, come la costruzione di un lungomare unico, che unendo i due litorali, possa far decollare sul serio il turismo balneare, poiché “nessuna città possiede 25 chilometri di spiagge”. Oppure come l’ospedale unico, vero banco di prova della fusione, cui il nostro “eroe” crede ancora fermamente, poiché non rappresenterebbe solo un fatto di buona sanità, ma l’ago che potrebbe ricucire, sul piano urbanistico e ambientale, una vasta area, a ridosso del confine tra i due comuni, già fortemente urbanizzata (per capirci, quella di Insiti, Fabrizio, Pirro Malena e Toscano Ioele), che mostra la tendenza, seppur disordinata, caotica, spontanea, degli ultimi quarant’anni, di queste due città a voler stare insieme, a volersi incontrare, magari abbandonando la collina, per svilupparsi nella parte pianeggiante, quella che va verso il mare, che ormai rappresenta l’80 per cento del territorio, e sulle cui potenzialità si può costruire davvero una città unica dalle grandi prospettive. “Altro che uffici e posti di lavoro improduttivi” aggiunge Dima. “Io, a differenza di tanti, immagino la fusione come sviluppo socio-economico e culturale di un territorio che potrebbe diventare, per importanza e ricchezza, il secondo polo della provincia. E certamente non in contrapposizione con Cosenza”. E qui, udite, udite, per la prima volta c’è qualcuno che affronta l’argomento Cosenza non come fosse un tabù, ma in maniera chiara, realistica, concreta. Infatti, l’ex assessore regionale, sostiene che “né c’è né potrà mai esserci contrapposizione con il capoluogo, poiché qui c’è da costruire una provincia con due grandi poli: Cosenza, Rende e Castrolibero da una parte, con le loro specificità, legate soprattutto all’Università e agli uffici, e Corigliano e Rossano dall’altra, con le loro ricchezze economiche e produttive, legate al turismo, all’agricoltura e, cosa non trascurabile, ai beni culturali, perché noi saremo la città del castello museo ducale e del Codex, già patrimonio dell’UNESCO. Insomma, l’idea di Dima è che nasca finalmente una provincia bipolare. Che così com’avvenuto in altre realtà rappresenterebbe una grande sfida, che se lanciata in questi termini, con alla sua base un progetto politico di fusione serio e concreto, tutti potremmo accettare, forse per evitare che le incomprensioni delle passate generazioni danneggino le nuove. Perché se non si accetta questa grande sfida, spiega ancora Dima, “s’impedirà che nasca la città più significativa e importante dell’intera fascia ionica, quella che va dalla provincia di Taranto fino a tutta la provincia di Cosenza”. Se questa non è una grande sfida le somiglia molto.