di Anton Giulio Madeo

Detesto l’estate. Per me caldo, sole e luce sono letali, quanto lo è la kryptonite verde per Superman. Per cui in questo periodo dell’anno sono irascibile, nervoso, stanco e soprattutto intrattabile, perché vorrei stare al chiuso di una stanza buia e non posso, perché vorrei abitare a Tallinn e non posso, perché vorrei farmi ibernare, almeno fino a Natale, e non posso. Così chi mi conosce bene sa che con me, in questo periodo di merda, si dev’essere molto pazienti: evitarmi, sopportare le mie bizze, le mie manie, le mie insofferenze, mentre chi mi frequenta poco può anche mandarmi a cagare, dicendomi che se detesto l’estate è un problema mio, che vuol dire che non ci sto con la testa, perché solo un pazzo può odiare la stagione più bella, più attesa e più desiderata dell’anno. Ve lo devo dire, e so già che cosa penserete, forse hanno ragione loro, quelli che mi ritengono un pazzo. Odiare l’estate, nell’epoca del divertimento forzato e dei fighi e delle fighe a tutti i costi, che esplodono proprio nella bella stagione, non è da persona sana di mente, perché non è politicamente corretto. Fa molto retrò. D’accordo, posso concedervelo: non sono mai stato un tipo da spiaggia e nemmeno da locali alla moda, quindi forse mi perdo il meglio. Chi lo sa. Ma pur sforzandomi a voler stare al passo coi tempi, a voler essere moderno, non capisco come possano le persone “normali” sopportare, per giorni interi, un sole cocente e ferocemente caldo, da paese africano; come possano stare al mare ad arrostire come salsicce e poi a sopportare la pelle che prima si brucia e poi assume un colore olivastro, gli odori forti di creme e lozioni, le orribili esposizioni di carni flaccide, l’acqua sporca e i parcheggi roventi; come possano fare l’alba, muovendosi e sudando come bestie in calore, magari aiutate da un mix di musica martellante, alcol e droga, in locali che sembrano rumorosi gironi infernali, quando potrebbero essere romantiche rotonde sul mare. Qualcuno me lo dica come si può sopportare un caldo feroce che ti toglie energie, voglia di muoverti e persino di vivere, perché ti impedisce di fare le tue cose abituali, anche le più semplici: come mangiare, camminare, andare in bicicletta, chiudere l’auto in garage, gettare la spazzatura, andare al cesso, salire le scale. Così come t’impedisce di pensare, che poi, cari amici, il pensare è ciò che fa la differenza tra un popolo civile e uno barbaro, perché se vivi in un posto in cui il caldo opprime e soffoca, avrai la mente e i movimenti così rallentati che difficilmente potrai combinare qualcosa di serio (scorrere l’elenco dei premi Nobel e vedere da quali paesi vengono per farsene un’idea). Infatti, non a caso, le alte temperature, che impediscono di lavorare e pensare, possono trasformare un paese laborioso in un paese di vacanzieri, di fancazzisti, per i quali ogni occasione è buona per mollare tutto, per staccare la spina, con la produttività che va a farsi fottere. E se qualcuno la spina non la vuole proprio staccare, mostrando una certa dedizione al lavoro e un forte disinteresse per le vacanze, il caldo e l’estate li subirà comunque, poiché saranno argomento di ogni conversazione. Infatti, dovunque andrà sentirà parlare del caldo più brutto e duraturo degli ultimi cinquant’anni. Dappertutto incontrerà gente che avrà qualcosa da dire sui cambiamenti climatici, sulle temperature reali e percepite, sulle notti insonni e sudate che sta vivendo, sulla città vuota, sulle zanzare e gli insetti che s’infilano in ogni buco, sul condizionatore che non funziona e che se funziona non va tenuto sempre acceso e a temperatura bassa, sul ventilatore che non deve essere sparato in faccia, sugli uffici che funzionano male perché molti dipendenti sono in ferie e quelli che non lo sono vorrebbero andarci. Dappertutto dovrà subire gente insopportabile, magari dagli idiomi campani e pugliesi (i peggiori), che viaggia in trecento su un’auto che ha sul tettuccio una cosa simile a un sarcofago, in cui, probabilmente, infilare la nonna, nel caso dovesse morire durante le vacanze (che non si possono interrompere), che si porta dietro bambini in lacrime e mamme urlanti, che quando passa in un bar o in un ristorante lo riduce come un porcile, che indossa bermuda colorate e usa i sandali coi calzini, che partecipa ai karaoke, ai balli di gruppo e alle feste della birra o del pecorino stagionato, che fa pennichelle cretine nei pomeriggi irrespirabili, che gioca a calcio o a tennis, in ore roventi, rischiando l’infarto. Direte: è l’estate, bellezza mia. Certo, una stagione di merda, stupida e irrispettosa di chi la soffre e si rifiuta di viverla. Fortuna che passa. Perché passa, ve lo assicuro, anche abbastanza in fretta.