di Federico Kliche de La Grange

Rieccola la routine estiva: il caldo sulla pelle, il caffè pomeridiano e insieme al caffè la notizia di un attentato in Europa. Ci si guarda per un secondo, con l’amico barista, poi la rete ci informa che questa volta è toccato a Barcellona dove, sulle Ramblas, un furgone s’è scagliato sui turisti uccidendone 14. E’ ancora una volta un pugno nello stomaco, soprattutto quando scopri che a fare l’attentato è la solita feccia islamica: pare un commando di 12 persone, in buona parte uccisi dai poliziotti. Anche se a fare più male è la ormai abituale colata di nausea interattiva. Perché c’è un unico genere di reazione di cui ci stiamo dimostrando capaci: il commento. Così quei social, che hanno dato diritto di parola a milioni di cretini, in un attimo si riempiono di puttanate, tipo messaggi solidali, amorevoli, rabbiosi, indignati, politicamente corretti. Si riaccende il dibattito d’infimo livello sulla tutela morale e letterale dell’islam, ché mica bisogna generalizzare. I politici cavalcano il cavalcabile, i giornalisti inseguono il dettaglio, la sfumatura, la storia dell’italiano e i casi umani che domani venderanno copie e clic. Insomma, ognuno recita la propria parte in commedia e francamente va bene così. Ma questa è tutta piazza, diciamocelo. Quel che preoccupa, invece, è il silenzio dello Stato. Nessuna presa di coscienza sulla guerra in essere, nessuna rettifica delle misure di sicurezza, nessuna istruzione alla popolazione alla difesa. Continuiamo a parlare di inclusione, ma nulla si muove politicamente, perché non c’è nessuna presa di coscienza di una guerra in corso. La solita routine, dunque, dietro la quale, però, stavolta potrebbe muoversi qualcosa, perché il terrorismo islamico sta facendo fare la fine del topo alla movida, a quel divertimento a tutti i costi, a quello sballo continuo e folle, a quello shopping compulsivo, a quel termometro della spensieratezza e del benessere, cretino, che condiziona e contraddistingue non solo le vacanze e il tempo libero delle nuove generazioni, e in generale di tanti eterni adolescenti, ma addirittura la loro vita, che potrebbe indurre proprio i giovani a reagire. Infatti, se ci fate caso, il terrorismo islamico, che ha preso di mira gli ambienti dello sballo, musicale e psichedelico, sta seminando una tale paura, un tale terrore, che presto potrebbe spingere milioni di coglioni e imbelli a non frequentare più i divertimentifici delle nostre città e a rivedere la loro vita. Perché se sei in casa e pensi che il giorno dopo devi andare a un concerto, a ballare o al solito aperitivo con gli amici in centro, pur se di rinunciarvi non hai minimamente intenzione, hai comunque una fottuta paura, e magari non dormi, rifletti, pensi quanto sei in pericolo. E così pian piano magari cambi idea e forse le tue abitudini e la tua vita miserabili, rifletti sulla tua imbecillità, a quanto sei stato coglione a dare importanza a cose inutili che ti hanno impedito di stare qualche sera in più a casa, di goderti una famiglia con cui cenare, discutere e chiacchierare, di accorgerti che tua madre ha bisogno di te e tuo padre del tuo aiuto, che tua sorella è confusa e vorrebbe dei consigli, che esistono libri e dischi mai letti e ascoltati, di capire storie che ti raccontano di società che si spacchettano e si impoveriscono, quando i giovani si anestetizzano, non hanno ambizioni e si accontentano di poco, quando i giovani hanno in cima ai loro pensieri e ai loro desideri solo l’effimero, lo sballo, il divertimento, che pensano di soddisfare accettando il minimo indispensabile di lavori facili e precari, da 700 euro al mese, tanto c’è il benessere di mamma e papà, per cui a che serve faticare e sacrificarsi per creare una famiglia, una carriera, un lavoro o per portare avanti studi troppo impegnativi. E’ così che le società vanno a picco, diventano facili terre di conquista per i barbari, improduttive, sterili, perdono valore, forza e intelligenze. Le civiltà muoiono con il rilassamento dei costumi, quando perdono i loro valori, quando non sanno più sacrificarsi e combattere, quando lo sballo sostituisce gli ideali (e a tal proposito si legga il bel libro dello storico Michel De Jaeghere, Gli ultimi giorni dell'Impero Romano). Ma è con la paura che spesso le civiltà risorgono. E se oggi piangiamo, soprattutto in rete, in modo manifesto, chiassoso, categoricamente inutile, i morti delle nostre Ramblas, domani, forse, la paura, provocata da queste morti, ci cambierà la vita, ci costringerà a rinunciare alle nostre conquiste di libertà, anche stupide, ci spingerà a reagire per difendere i nostri valori e la nostra civiltà occidentale e libera che non è fatta solo di cose cretine, fugaci, come può essere appunto l’aperitivo alle cinque della sera che nulla ha a che vedere con l’ora del coraggio del torero e dell’eroismo della corrida. Intanto i coglioni continuano a chiedersi, su Facebook, perché tutto ciò accada, senza avere la consapevolezza di essere in guerra e di essere rappresentati da altrettanti coglioni che non sanno riconoscere la guerra. Il guaio è che la guerra riconosce noi, benissimo. Ed è una guerra anzitutto al nostro stile di vita. Quello dello sballo e del divertimento forzato, che forse ora imporrà, a fighi e fighe a ogni costo, di riflettere e reagire.