di Edilberto de Angelis

La frase del titolo, che richiama uno slogan sessantottino, poi reso famoso dal gruppo musicale Gli Squallor, ci invita, provocatoriamente (forse perché, come dicono alcuni scienziati, il punto G degli uomini è la prostata), a riflettere sull’importanza del pensiero positivo, magari attraverso quell’accumulo quotidiano di micro momenti di piacere, di leggerezza e di positività, che spesso sottovalutiamo. Perché, nella vita, hanno la loro importanza anche gesti banali come mettersi un dito in culo, appunto, sorridere la mattina sotto casa al netturbino che sta spazzando la strada e augurargli buona giornata, pensare che bello oggi ci sono le nuvole, e che meraviglia stasera se facciamo in tempo andremo a cena fuori, e se non facciamo in tempo berremo un bel caffè, leggeremo l’ultimo articolo di Daniel Pipes sul Medio Oriente o sugli ultimi acquisti del Milan ed è quasi finita l’estate e forse per la prima volta dopo un milione di anni non farà caldo a settembre. Dicono gli studiosi che faccia bene alla salute, al glucosio nel sangue, al cuore e insomma a tutto, essere un po’ felici o fingere di esserlo, provare piacere per la vita, apprezzare il mondo intorno o almeno non mandarlo al diavolo ogni minuto. Quindi i giornali, i libri, i siti internet, sono pieni di ricette per diventare pensatori positivi (e a tal proposito leggere il bel libro di John Perry, La nobile arte del cazzeggio), abbandonare la negatività, le imprecazioni a denti stretti, le incazzature, e se proprio non è possibile trasformarsi in persone ottimiste ci viene chiesto di recitare una parte, anche in nome delle regole del vivere civile secondo cui se si viene invitati a cena non si può dire al telefono: piuttosto che venire a cena con voi a mangiare roba immonda e a sedermi in locali di merda a parlare di stronzate, mi darei fuoco. Diremo quindi: ma certo, con piacere, oh no accidenti mi viene in mente che stasera arriva mia zia da Roma e non posso di certo lasciarla sola, poverina, ha novant’anni, mi dispiace, sarà per un’altra volta. Più fingiamo di essere ottimisti e felici e entusiasti, più lo diventiamo. Si chiama circolo virtuoso e promette anche ai misantropi, ai depressi e ai frustrati di trasformarsi, con il tempo e l’ostinazione, in esseri umani positivi, con il rischio di eliminare il senso del tragico. Ma le persone positive non esisterebbero se non esistesse il contrasto con i pessimisti, con i catastrofici, con quelli che seguono eroicamente un imperativo categorico: non lasciare che una bella giornata rovini la tua vita d’inferno. Sono loro, con il bicchiere sempre mezzo vuoto, con la smorfia all’ingiù ogni mattina, con la disperazione negli occhi, gonfi di rabbia, quando controllano il biglieto perdente della lotteria, e con una identica disperazione quando il biglietto è vincente, a costruire il trionfo degli ottimisti, a farli perfino sembrare buoni, oltre che fortunati. A farli insomma risplendere di quella luce saggia e fastidiosa, al limite dell’esaltazione, perché sono convinti che, quando sono appena arrivati al supermercato, troveranno parcheggio, e infatti in quel momento si libera un posto, e perché credono che se augurano buona giornata riceveranno una buona giornata in cambio, e l’autoconvincimento è così potente che nessun tombino, nessuna cartella di Equitalia, nessun litigio furioso offuscherà questo cielo blu. In ogni caso, anche se accadesse qualcosa di brutto, l’ottimista non se ne accorgerebbe. Perché è il pessimista che ha lo spirito allenato all’osservazione dei dettagli negativi: il caffè è tiepido perché il barista è un cretino, lo zucchero di canna è finito perché è una giornata sventurata, la politica fa schifo perché la fanno solo ladri e imbecilli, se vado in un ufficio e sono trattato male è perché il mondo complotta contro di me, faccio fatica a vendere ciò che produco perché la globalizzazione ci sta uccidendo, il cibo industriale è una truffa, non è vero cibo, quindi meglio le cose fatte in casa o biologiche. E come stai? Meglio che non ne parliamo, ho dolori dappertutto. E che fai nel fine settimana? Domenica piove, quindi niente. Potersi rilassare con un po’ di negatività, sentirsi a casa dentro la catastrofe: noi finto allegri non chiediamo di meglio.