Redazione

Com’era prevedibile che fosse, la protesta dei pastori sardi è riuscita a scatenare gli appetiti dei nostri agrumicoltori, i quali cominciano a rumoreggiare e a chiedersi, alla maniera dei produttori di latte, se sia possibile che il mercato paghi le clementine a un prezzo che non è neppure in grado di remunerare i costi di produzione. Alcuni anni fa, dicono gli stessi produttori, il principale prodotto del nostro territorio era pagato a prezzi molto più alti di quelli attuali. Il prezzo ha iniziato a calare già da tempo, soprattutto dopo l’ingesso della grande distribuzione e dei concorrenti stranieri: a fronte di una produzione molto abbondante, il calo delle vendite ha colpito gli agrumicoltori nell’immaginazione e nel portafoglio. C’è un che di paradossale, nella difficoltà di aggiustare domanda e volumi di produzione per quel che riguarda un prodotto che definire “maturo” è poco e che tutto è fuorché esposto ai marosi della “distruzione creatrice”. Non c’è nulla di paradossale, ma molto di antico, nella velocità con cui i produttori locali sarebbero pronti a chiedere al governo nazionale di rispondere alle loro preoccupazioni come hanno fatto per i loro colleghi sardi. Si accontenterebbero, oltre che della limitazione delle importazioni (soprattutto dai paesi del Nordafrica, che avendo costi di produzione molto bassi riescono ad abbattere i prezzi) e della disponibilità di fondi, tanto per cambiare, anche dell’impegno del governo a fissare un prezzo minimo garantito per le clementine (cosa questa peraltro non consentita dalla legge), da raggiungere anche attraverso sovvenzioni pubbliche. Come si comprende questa, per il governo e il settore, sarebbe una strada molto pericolosa, poiché non aiuterebbe l’offerta ad adeguarsi alla domanda. In prima battuta, perché non consente ai nostri produttori di comprendere l’origine del problema e correggere le proprie decisioni di produzione. L’idea, al contrario, è che il problema non esista e l’approccio giusto sia contrastare in ogni modo il destino cinico e baro. I prezzi sono una componente essenziale di quel sistema di comunicazione che è il mercato: non sono giusti o sbagliati, non vanno sostenuti o corretti. Vanno letti, vanno interpretati. Alzandosi o abbassandosi, segnalano che qualcosa è cambiato: nelle produzioni, nelle preferenze dei consumatori, e via dicendo. Anche quando viene bloccato, per legge, “un” prezzo, non è possibile fare lo stesso con tutti gli altri: coi prezzi degli strumenti e dei beni che vengono utilizzati per produrre una certa merce, coi prezzi dei beni che possono potenzialmente sostituire quello calmierato. Si ragiona come se una produzione fosse un mondo a sé: cosa che, a tutti gli effetti, non può essere e non è. E’ improbabile che questo aiuti a rendere più efficienti i processi. Se gli agrumicoltori hanno prodotto “troppo” e hanno pertanto dovuto incassare prezzi al di sotto delle loro aspettative, non possono non riflettere su una programmazione che è risultata, ai loro stessi fini, sbagliata. Se il governo blocca il prezzo di vendita, produttori e trasformatori non avranno alcun interesse a cambiare il loro comportamento: si andrà avanti alla stessa vecchia maniera, nella certezza che l’anno prossimo, di nuovo, al momento del bisogno si potrà bussare alla porta del governo. In seconda battuta, perché tranquillizza l’intero settore agricolo che a fronte di un problema di programmazione (o scarsa innovazione) lo stato sarà in grado di somministrare una cura palliativa. In pratica, intervenendo a favore dei pastori sardi, il governo sta dicendo anche ai nostri agrumicoltori che, se avranno problemi, lo stato sarà lì pronto a saldare il conto. Con due vittime: i contribuenti, ancora una volta chiamati alla nazionalizzazione delle perdite di alcune imprese; e gli agricoltori stessi, indotti a produrre beni per i quali non c’è domanda sufficiente e quindi spinti su una strada che, prima o poi, scopriranno essere un vicolo cieco.