Redazione

Dunque, i giochi sono fatti. Le liste sono state presentate e il solo leggerle, per via della mediocrità dei candidati, oltre all’orchite ci fa venire nostalgia dei vecchi partiti. I quali, purtroppo, non se li ricorda più nessuno, essendo scomparsi da più di venticinque anni. Un tempo sufficiente a cambiare la nostra percezione del politico: che era uomo preparato e professionale, il quale per ambire al governo della città doveva anche alimentarla nel quotidiano questa preparazione. Venticinque anni sembrano pochi, ma sono stati più che sufficienti a distruggere, da mani pulite in poi, quell’apparato dei partiti cui era affidato il compito di formare e preparare i politici, anche attraverso una visione condivisa sulle questioni primarie della gestione pubblica, la conoscenza dei problemi e la conservazione della memoria storica della propria città. Insomma, delle vere e proprie scuole, dove si studiava, si approfondiva, ci si appassionava e si litigava, si faceva esperienza per cui dai partiti era bandita quella mediocrità, quel dilettantismo e quell’ignoranza che oggi imperano e che nascono dal fatto che in politica non si può improvvisare, magari perché si sono ascoltati al bar o letti su internet quattro concetti elementari. La pratica e il sistema di regole su cui si regge un comune, ad esempio, non possono essere raccontati in una bettola o su Novella 2000, ma vanno acquisiti e appresi ogni giorno, nel tempo, magari in ruoli di subordine con passaggi di umile apprendistato sotto la guida di insegnati politici esperti, gente preparata da cui imparare le cose più semplici come la generazione di un atto amministrativo in un consiglio comunale o come ci si comporta in un’assemblea pubblica o quali sono i poteri e le funzioni di un sindaco e di una giunta. Ecco perché il concetto rudimentale, immediato, da bar dello sport, appunto, e fine a se stesso non basta, non ti concede le capacità e l’intuizione per anticipare, ad esempio, gli intendimenti di altri competitori politici o per capire i bisogni della gente, quella sorta di sintesi da esperienza e storia acquisita nel tempo dell’apprendimento, che per un politico non finisce mai. Quel fiuto e quell’abilità, quella preparazione e quella consapevolezza, che ti fanno capire quando il nozionismo e l’inesperienza ti stanno portando fuori strada e stai sbagliando, quelle cose che ti portano a generare atti politici utili e vitali per gli amministrati. Ecco perché la politica dev’essere vocazione e professione ovvero deve saper commisurare le finalità con i mezzi disponibili, con lo sguardo addestrato a guardare nella realtà della vita. Altro che dilettanti allo sbaraglio. La vocazione dell’uomo politico è cosa diversa dal dilettantismo e dall’impreparazione, che sono la degenerazione della politica e il disprezzo delle regole. Noi viviamo in un’epoca fortemente caratterizzata da una concezione deteriore della politica, da una visione delle realtà diversa da quelle che l’ordinamento pone. È soprattutto nelle istituzioni che le regole sono tradite. Ecco perché l’aver tradito la nostra vecchia tradizione politica non è servito a nessuno, neanche a coloro che da anni scaldano sedie alzando la manina a comando ma risentono forte il fascino di essere riconosciuti per strada, proprio per via della politica, anche se di politica non capiscono un cazzo. Ecco perché la mediocrità politica ci prevarica e ci distrugge. Ecco perché viviamo alla giornata privandoci della speranza di futuro. Ecco perché pensiamo ad altre città in cui vivere e in cui far vivere i nostri figli.