di Anton Giulio Madeo

Non ci crederete, ma attraverso alcuni studi autorevoli ho scoperto che potrebbero esserci interessanti analogie tra i conti di un piccolo comune come Vaccarizzo Albanese e quelli di una grande metropoli come Roma. Infatti, a dispetto delle enormi e ovvie differenze, i due comuni potrebbero somigliarsi più di quanto si possa credere, poiché ogni cittadino romano così come ogni abitante di Vaccarizzo potrebbe essere chiamato a finanziare una spesa pro capite molto simile e per farlo verserebbe nelle casse comunali un contributo più o meno pari. Ciò accadrebbe, secondo questi studi, perché la struttura dei bilanci dei comuni molto piccoli è simile a quella delle grandi città. I paesini e le metropoli, in sostanza, hanno in generale livelli di spesa, per abitante, superiori a quelli delle città di medie dimensioni, poiché nessuna delle due realtà rientra nella fascia ottimale, che è quella compresa tra i 2 mila e i 50 mila abitanti, dove è possibile amministrare, a parità di servizi, con una spesa pro capite di circa un quarto inferiore a quella di Roma e Vaccarizzo. I piccoli comuni, infatti, hanno gli stessi costi fissi dei centri più grandi ma vi fa fronte un numero più basso di cittadini, quindi il conto pro capite è più elevato, specie dopo la drastica riduzione dei trasferimenti statali, il mancato compimento del principio di corrispondenza tra entrate e spese, promesso dalla riforma del federalismo fiscale del 2009, e le difficoltà di raccolta di entrate proprie per via dello spopolamento dovuto alla bassa densità demografica. Così, se la politica non può spingere per avere comuni di almeno duemila abitanti (anche se a ciò si potrebbe ovviare con le fusioni, ad esempio tra i comuni arbereshe) dovrebbe trovare strumenti idonei sia a finanziare i piccoli comuni sia a frazionare la macchina amministrativa delle città più grandi. E’ ciò, manco a dirlo, è il principale motivo di discussione nella campagna elettorale di Vaccarizzo, dove il candidato a sindaco Angelo Corrado, nel tentativo di trovare da sé i mezzi per mandare avanti il piccolo comune, ha lanciato l’idea di organizzare la propria comunità su base volontaria, attraverso i principi del modulo associativo e della città condominiale, che pur apparendo provocazioni in realtà non lo sono. Infatti, nel primo caso i servizi pubblici sarebbero forniti grazie all’interazione di decine di associazioni, come avviene per l’associazione dei donatori di sangue, che collabora per organizzare le analisi del sangue a domicilio, per le società di mutuo soccorso, che organizzano l’assistenza dei soci in ospedale, per la pulizia delle strade o per la gestione degli impianti sportivi e di edifici multifunzionali, di cui si incarica un circolo ricreativo o sportivo, o, come potrebbe avvenire in futuro, per un’offerta dalle associazioni che potrebbe riguardare anche la sicurezza e i servizi sociali. Nel caso, invece, più complesso, della città condominiale i servizi ai residenti sarebbero garantiti organizzando e suddividendo il territorio comunale in piccoli quartieri e contrade, ognuno dei quali, giuridicamente, potrebbe essere considerato una specie di supercondominio, cioè un condominio a propria volta formato da condomini, avente a oggetto le strade, le piazze, le aiuole, i parchi (che essendo in gran parte di proprietà pubblica dovrebbero essere ceduti in concessione al condominio-quartiere), la sicurezza e l’illuminazione. Ovvio che ognuno di questi quartieri sarebbe poi collegato al modello del condominio sancito dal codice civile e la cui particolarità non starebbe nel modello organizzativo, ma nell’entità cui il modello condominiale giunge, a dimostrazione come anche in un quadro giuridico limitativo, il modello del condominio possa essere utilizzato come forma alternativa a quello, fallimentare, dell’ente pubblico locale. E’ un’utopia? Per Angelo Corrado no, specie dopo il decreto-legge detto Sblocca Italia, che nel suo testo include, oltre al baratto amministrativo (cha dà la possibilità ai cittadini che non riescono a pagare i tributi locali, di mettersi a disposizione del comune per eseguire lavori socialmente utili), un articolo che potrebbe aprire enormi spazi allo sviluppo di comunità volontarie e quindi a forme innovative di produzione e gestione di attività di largo interesse. Infatti, al fine di trovare una soluzione, sulla scorta di realtà di altri Paesi, la norma prova a immaginare che anche nel nostro Paese vi siano quartieri e aree in cui beni e servizi a interesse diffuso non siano forniti da un soggetto pubblico ma da privati, a condizione, però, che quanti usufruiscono dei servizi non siano costretti a pagare due volte: finanziando l'iniziativa (privata) di cui usufruiscono e anche quella (pubblica) a cui non sono interessati. Se insomma vivo in un supercondominio indipendente che ha proprie biblioteche e centri sportivi, che cura da sé il verde e fa la manutenzione delle strade, è giusto che quanto meno abbia una riduzione delle imposte locali, dato che l’ente pubblico non deve sostenere oneri. E’ ovvio che siamo in presenza di un’iniziativa dietro la quale non c’è solo l’arguzia e l’intraprendenza di un candidato a sindaco, ma anche una lezione di responsabilità, che dalle piccole realtà amministrative, molto più vicine alle esigenze delle persone, sarebbe opportuno che arrivasse alle più grandi, a cominciare dalla città unica Corigliano-Rossano, che per via dell’incoscienza di chi l’ha voluta ha fatto perdere alle due città originarie le dimensioni ottimali per amministrare, a parità di servizi, con una spesa pro capite ragionevole. Errare è umano, dicono, ma perseverare è diabolico, per cui, cari fusionisti, ora, una volta fatto il danno, è arrivato il momento della lungimiranza e dell’umiltà per capire le potenzialità di questa innovazione delle città volontarie, che potrebbe portare, anche da voi, imprenditori in spazi che erano tradizionalmente monopolizzati (in maniera inefficiente) da politici e burocrati. Sarebbe manna dal cielo per una città che rischia di partire già in dissesto.