Redazione

Non c’è dubbio che il dato più rilevante delle elezioni del sindaco e del consiglio comunale della città unica sia la bassa affluenza dei votanti: 62 per cento a fronte di un 69 alle europee. Contrariamente a quanto spesso si sente dire, dubito che la questione sia una disaffezione verso la politica in senso assoluto. Chesterton diceva che non si può parlare che di politica, di religione e, aggiungeremmo noi, di calcio. Tuttavia, come si può facilmente verificare al bar, dal barbiere, nei negozi, la gente continua a parlare di politica, soprattutto dopo la fusione dei comuni di Corigliano e Rossano. Il problema, però, è che cosa dice della politica e come ne parla. Non è vero neanche che la gente non vada a votare per indifferenza e rassegnazione. Si va a votare quando lo si ritiene importante. Succede in ogni democrazia: il popolo vota quando sa che c’è di mezzo qualcosa di importante. Come avviene per quelli che vivono in un paese di poche anime e si sono candidati a sindaco due signori popolarissimi l’uno e l’altro. In un’elezione come quella della città unica, invece, il problema vero è che per buona parte degli elettori l’astensione è stata una forma punitiva perché non hanno ritenuto importanti e forse credibili il progetto di fusione, le persone e le questioni decisive per i politici candidati. Ma, ci si chiede, punire di che cosa? Il giudizio di strada sul fatto che “anche con la nuova città non cambierà niente” è stato molto diffuso, ed è forse quello che conclude la maggioranza dei discorsi sulla politica. L’idea che sia solo l’espressione di incapacità di giudicare o dei ritardi con cui sono state consegnate le tessere elettorali, che ha frullato nella mente di alcuni, non mi pare una strada molto seria dal punto di vista di un osservatore desideroso di capire. La percezione che la gente ha della politica resta purtroppo quella, non banale come sembra, di un mondo chiuso in se stesso e autoreferenziale, che alla fine impone a tutti, sistematicamente, di rimanere impantanati all’interno di dinamiche identiche, insolubili e spesso lontane dai bisogni delle persone comuni. Non andare a votare, quindi, è la versione popolare, ma non stupida, di questo giudizio. C’è la percezione che, una volta eletti, i nostri amministratori perlopiù si occuperanno di questioni destinate a rimanerci del tutto estranee se non oscure. I più informati fra noi conoscono i numeri delle finanze comunali, delle piante organiche, dei tributi locali. Il tifoso di politica impazzisce per il retroscena da spogliatoio, ragiona sull’allenatore ideale, e tuttavia i tecnicismi gli sfuggono, applaude nuovi programmi, nuovi volti e poi si dimentica che bisogna attuarli, si congratula col candidato a sindaco e perde di vista il municipio, triangolo delle Bermuda dove spesse volte le cose meglio pensate fanno naufragio. L`astensionista convinto potrebbe anche essere uno che sa di non sapere. Pensa che abbia poco senso illudersi di “scegliere la persona giusta”, ammesso che ci sia, quando non sai di cosa e di chi realmente hai bisogno. E` convinto che l’esercizio del potere sia una faccenda misteriosa. E, soprattutto, remota, lontana dalla sua vita. L’astensionista, domenica scorsa, ha portato la famiglia a fare la spesa oppure ha pensato a lavorare o addirittura andare in bicicletta o a recuperare sonno arretrato. Se fossimo un filino più onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che sappiamo pochissimo di chi votiamo, del suo passato, di chi è in realtà, di chi c’è dietro, delle funzioni che andrà svolgere. E’ umano. Se non siamo in lizza per una nomina o in gara per un appalto, ha senso “studiare” a fondo un candidato, i suoi trascorsi, le sue relazioni, le sue idee per come intende tradurle in pratica e non per come le dichiara? Richiederebbe molto tempo: sottratto inevitabilmente agli affetti e al lavoro. A fronte di un beneficio assai modesto: la bella figura che facciamo allo specchio, quando sappiamo di avere dato un voto pienamente consapevole e informato. E’ una sensazione piacevole: per questo alcuni di noi mentono a se stessi, si considerano informatissimi a prescindere, biasimano chi non si occupa della cosa pubblica. Cazziare i non votanti non è mai servito a riportarli alle urne. In compenso, per sviluppare l`autostima fa miracoli.