di Teodoro F. Klitsche de La Grange

A chi, in ogni campagna elettorale, inserisce nel proprio programma la meritocrazia e la lotta all’evasione fiscale, per avere più giustizia sociale e più servizi, bisognerebbe spiegare due concetti fondamentali: 1) l'idea del pagare tutti per pagare meno è inutile se non dannosa, poiché siamo vittime di uno stato bestiale che si alimenta delle nostre risorse e che ne vuole sempre di più, 2) fino a tempi molto recenti, nessuno aveva mai pensato di costruire una società interamente né prevalentemente meritocratica. La prova starebbe in alcuni documenti, non proprio recenti: uno del 1997, con cui la CGIA di Mestre ci ha detto che nel 1997 gli italiani versarono allo stato 457 miliardi di euro (in lire), un altro dello stesso anno, con cui il SECIT della GdF, stimava l’evasione a 129 miliardi di euro (in lire), un terzo, del 2014, che ci ha fatto scoprire che lo stato pur avendo incassato, in quell’anno, 698 miliardi e stimato l’evasione in 150 miliardi, non solo non ci ha trasformato in un paese modello, ma, per risparmiare, si è ritirato un po’ ovunque e ci ha chiuso ospedali e tribunali. Com’è avvenuto nel nostro territorio in questi ultimi anni, dove sono stati praticamente chiusi tre ospedali, un tempo tutti operativi, oggi ridotti a poco più di ambulatori, e un intero tribunale. Una domanda, quindi, sorge spontanea: ma allo stato non ne sono bastati circa 850 di miliardi per farci vivere felici e contenti, nonostante siamo entrati in un regime di polizia fiscale che ci rende unici al mondo? La conclusione, per noi menti semplici, è che allo stato i soldi non bastano mai, per cui è molto bravo a trasferire risorse dal privato al pubblico, provocando una limitazione delle libertà personali che nemmeno i regimi totalitari avevano mai immaginato e dalla quale ci si difende con un’unica arma: l’evasione fiscale, appunto. Sullo stesso piano della lotta all’evasione c’è l’ultimo atto: quello che riguarda la lotta per la meritocrazia, idea che sta diventando una specie di religione civile. Certo, esercito, sport, scienza, scuola, erano ambiti tendenzialmente meritocratici, ma altre decisive sfere della vita erano rette da logiche diverse e qualche volta opposte. Nelle chiese, nella famiglia, nella cura, nella società civile, il criterio base non era il merito ma il bisogno, grande parola oggi dimenticata. Inoltre, l’impresa e il mercato non sono ambiti meritocratici, perché le scelte avvengono sulla base di informazioni ex-ante mentre i risultati dipendono in buona parte da eventi ex-post imprevisti e spesso imprevedibili. Tra gli imprenditori di successo ci sono molti demeritevoli premiati solo dal caso, e tra i falliti ci sono molti meriti che hanno semplicemente trovato il vento sfavorevole. E invece è proprio il business il principale veicolo di meritocrazia. La novità del nostro capitalismo è l’estensione della meritocrazia a ogni ambito della vita civile, la cui prima e più rilevante conseguenza è la legittimazione etica della diseguaglianza, che da male da combattere sta diventando un valore da difendere e promuovere. Così, per difenderci da questa ondata di religione meritocratica sarebbe più che mai urgente tornare all’antica critica di Agostino a Pelagio. Agostino non negava l’esistenza nelle persone di talenti e di impegno che poi generano quelle azioni o stati etici che chiamiamo meriti. Il punto decisivo per Agostino riguardava la natura dei doni e dei meriti. Per lui erano charis, grazia, gratuità. I meriti non sono merito nostro, se non in minima parte, una parte troppo infima per farne il muro maestro di una civiltà.