di Anton Giulio Madeo

È il rebus su cui si interroga una parte della città unica: che sindaco sarà Flavio Stasi, nel senso: sarà un protagonista politico, nell’intero territorio e forse oltre, un leader, oppure sarà un capopopolo o addirittura un “tecnico” di complemento come tanti altri politici del passato? E’ una domanda che rimbalza soprattutto nelle file più illuminate (a dire il vero pochissime) della nostra classe dirigente, dove si sta cercando di “esorcizzare” l’immagine del sindaco arrabbiato e sovversivo o, più semplicemente, "operaio", che per ora sta prevalendo tra la gente, che in fondo vuole un sindaco che, nell’immediato, sfasci il vecchio e corrotto sistema municipale, quello governato dal “malaffare” per capirci, ammesso che ce ne sia uno, tappi le buche, faccia funzionare depuratori e fogne, garantisca la raccolta dei rifiuti, l’acqua potabile e la pubblica illuminazione, come se gli altri sindaci in passato fossero stati a guardare, piuttosto di un sindaco che faccia politica sul serio, per creare una grande città, che col tempo diventi attraente e sia protagonista sul palcoscenico nazionale, e di certo non per le sue dimensioni. “La gente – ragiona un noto professionista, un tempo vicino al centrodestra – sta enfatizzando l’immagine di un sindaco che sia un po’ capopopolo e un po’ capomastro, che seppur apprezzato per l’impegno e l’attivismo che sta mostrando in questi primi giorni, magari per affrontare di persona alcune serie emergenze, in me suscita qualche perplessità. Tant’è che non mi tirerò indietro nel porre a Stasi una serie di interrogativi su alcune tematiche importanti per la crescita, seria e duratura, del territorio”. Per ora è solo un’idea, una tendenza, che sta prendendo forma tra gli osservatori politici più attenti, i quali sono troppo diffidenti e basta un “nonnulla” per destare dei sospetti su quello che il sindaco non dovrebbe essere, ma certi discorsi sull’assetto socio-culturale della città, sull’economia, sulla cultura, sulla legalità, sulla qualità dei servizi e della vita, giusti o sbagliati che siano, riecheggiano il lessico di chi vorrebbe, per il nuovo sindaco, un impegno di alto profilo politico e culturale, che dia lustro e visibilità alla città che rappresenta. Così, ci sono le lodi sempre meno camuffate di quelli che, pur critici in passato, improvvisamente scoprono che Stasi debba avere il piglio e il carattere del comandante in capo, per far partire da questa città una vera e propria rivoluzione culturale, capace di superare limiti e difetti della vecchia questione meridionale basata su un Sud statalista, accattone, piagnone, degradato, parassita e sottosviluppato, sul piano socio-economico e culturale, prospettando un Sud finalmente gradevole, libero e liberale, se non libertario, colto, produttivo, indipendente, intraprendente, che vuole fare da sé e soprattutto civile, quindi attento alla legalità e a isolare ogni forma di inciviltà e criminalità, da qualunque parte esse provengano. E per far ciò, il nuovo sindaco, dovrà necessariamente tener conto dei cambiamenti che si avvertono nella nostra società, da cui spuntano modi di pensare, confrontarsi, organizzarsi decisamente nuovi, più aperti e liberali, in grado di produrre risultati pratici e efficaci di straordinaria portata soprattutto in campo economico, dove c’è la necessità, attraverso queste nuove idee, di rimuovere tutti quegli ostacoli che bloccano la voglia di fare delle persone e quindi lo sviluppo. Così, insieme con le solite carenze burocratiche, fiscali, finanziarie, strutturali (materiali e immateriali), che comunque devono essere colmate per far partire l’economia, ecco che spunta l’esigenza di un’azione pubblica volta a irrobustire l’esile capitale sociale del nostro territorio. Quella grandezza intangibile, nostra vera emergenza, che, quando manca, scoraggia gli investimenti e tiene lontani gli investitori, poiché ha a che fare con lo scarso senso civico dei cittadini, con la poca fiducia verso gli altri, con la inesistente partecipazione alla vita comunitaria e con ogni forma di inciviltà e di illegalità; quella grandezza intangibile che il sindaco dovrà fornire intanto colpendo duro, con gli apparati comunali di cui dispone, a cominciare dalla polizia locale, anche il più piccolo gesto incivile e illegale, per far capire a tutti che ciò che è proibito è proibito e basta, perché lì dove c’è tolleranza verso i cattivi comportamenti e i reati minori si crea un clima di permissivismo che naturalmente agevolerà il degrado e i grandi crimini e farà perdere fiducia nello stato e nelle istituzioni, soprattutto di prossimità, considerati assenti. Poi, mettendo la sua firma in calce oltre che su nuovi strumenti urbanistici (come il PSA) anche su un piano strategico di politica economica, che, se frutto di idee, studio e duro lavoro di collaborazione e confronto tra vari soggetti del territorio, pubblici e privati, oltre a far aumentare la fiducia verso gli altri, fisserà le caratteristiche programmatiche del sistema economico, in cui sono racchiusi produzioni, servizi, imprese, lavoratori e occupazione. Un piano che dovrà porre alla classe dirigente, non solo locale, domande del tipo: per cosa, come e dove produrre, quali servizi realizzare, a quale tipo d’impresa ambire, dove e come attingere le necessarie risorse pubbliche e private per far crescere l’attrattività e l’economia del territorio. Un piano cui si dovranno affiancare ipotesi di sviluppo legate anche alla cosiddetta città condominiale, poiché, visti i pessimi risultati della gestione pubblica dei servizi e preso atto del fallimento dei comuni (non solo in termini finanziari), c’è ormai la necessità di far crescere la partecipazione dei cittadini alla vita comunitaria, magari organizzando la città su base volontaria, appunto, prevedendo dei raggruppamenti di edifici e di persone retti da regole non dettate da autorità pubbliche, ma formate privatisticamente, provando a immaginare che qui vi siano quartieri e aree (dei super condomini, per capirci) in cui beni e servizi a interesse diffuso non siano forniti da un soggetto pubblico ma da privati. E poi, il sindaco, dovrà puntare anche su una nuova idea di cultura, capace di far diventare la nostra città una città evento, nel senso di renderla sempre viva e adoperabile dai tanti che volessero visitarne o utilizzarne i suoi luoghi più belli e suggestivi (recuperati mediante investimenti mirati, anche dei privati), che così, una volta restaurati e valorizzati, dovrebbero diventare luoghi sempre aperti, da vivere quotidianamente, dove tutti vorrebbero venire a investire, a lavorare, a divertirsi, e, perché no, a formarsi e sperimentare. Luoghi dove pubblico e privato convivono e collaborano, dove si elaborano e adottano tecnologie avanzate e modelli di business originali. Luoghi che non rifuggono la tecnologia e che la utilizzano per migliorare la vivibilità e le relazioni tra cittadini e tra di essi e l’amministrazione. Al sindaco, quindi, si chiede garanzia per lo sviluppo e per la libera iniziativa, senza miti ideologici, senza invasioni di campo, ma semplicemente assicurando l’agibilità del mercato, occupandosi di sviluppo e sicurezza del territorio. La calda estate è arrivata, e Stasi pure. Speriamo.