di Edilberto de Angelis

Quasi tutti i giornali, le tv e i social regionali, sono, da qualche giorno, impegnati a diffondere la “notiziona” secondo cui migliaia di giovani e meno giovani (imbecilli) si sarebbero spostati, nella giornata del 7 agosto scorso, magari col contributo del reddito di cittadinanza di Di Maio, verso le spiagge di Praia a Mare, per assistere al concerto di tale Lorenzo Cherubini, in arte (che parola grossa) Jovanotti. La notizia, in sé, non può di certo scandalizzarci, poiché siamo ormai abituati a tutto quando c'è di mezzo questo giovanottone, che qualcuno, dotato di grande umorismo, prova a far passare per musicista e intellettuale. Tant’è che, noi musicofili, col tempo, ci siamo dovuti abituare anche all’orrore di una stampa e di un’opinione pubblica che ormai associano il cognome Cherubini a Jovanotti, ignorando così Luigi Cherubini, musicista di straordinario talento (bellissimo il suo Requiem in Do minore) vissuto tra sette e ottocento, che, quando la musica italiana primeggiava, fu addirittura direttore del conservatorio di Parigi. Una follia, per la quale ormai non c’è più limite, specie quando accade, come qualche mese fa, che il magazine culturale del Corriere della Sera, che si chiama La Lettura, si apra con quattro paginone (quattro!) dedicate proprio a Jovanotti, in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Un evento, in quel periodo, persino superiore al 750° anniversario della nascita di Dante, che non ricordo sia stato celebrato così. E anche se non ho nulla contro Jovanotti, che sotto certi aspetti mi sta anche simpatico, mi sarei aspettato che il Corrierone ne parlasse nella pagina che dedica agli spettacoli e non in quella che un tempo era la “Terza pagina” del giornale della borghesia italiana, dove trovavano spazio scritti di Luigi Pirandello, Grazia Deledda, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Gianfranco Contini, Giovanni Gentile, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Giovanni Testori, Franco Fortini, Oriana Fallaci, Lucio Colletti, Mario Luzi solo per citarne alcuni. I quali se interrogati da uno scrittore (nel caso di Jovanotti Sandro Veronesi) con argute domande del tipo: “Allora Lorenzo. Cinquant’anni. Com’è potuto succedere?”, non avrebbero dato risposte sagaci come: “Assurdo, eh? Anche pensando al nome d’arte che mi sono scelto”. Oppure, di fronte alla domanda “Come la mettiamo?”, si sarebbero prodigati in risposte meno pensose di: “Eh, non lo so. È un problema”. Capirete che qui siamo di fronte a un caso clinico, che rischia di provocare un danno incalcolabile nelle nuove generazioni, alle quali, così continuando, sarà difficilissimo spiegare che è necessario studiare sodo, imparare, sudare sui libri, fare master e tirocini anche sottopagati, perché in questa goistra di figurine, che poi riempiono l’immaginario dei ragazzi, passa un messaggio: la cosa più importante della vita è essere qualcuno, magari per far soldi, non essere se stessi (che è un percorso durissimo, solitario nella notte oscura). Eppure, come ebbe a dire un famoso scrittore cattolico, "fuori dal mondo virtuale, fuori dalla caciara del circo mediatico, la realtà ne avrebbe di storie da raccontare, che meriterebbero qualche attenzione. Potrebbero perfino incitare i ventenni di oggi a seguire il sentiero faticoso che porta in alta quota, piuttosto che discendere nell’ampia discesa delle apparenze o nella palude della rassegnazione. Sono storie di ingegno, di lavoro duro, storie di gente semplice e storie di geni, storie, anche, di eroismo quotidiano. A volte capita perfino che il mondo se ne accorga, sebbene si tratti di persone che hanno vissuto la loro vita in angoli sperduti del pianeta". Come dire, tutto il contrario di ciò che ispira o potrebbe ispirare uno come Lorenzo Cherubini, alias ... Jovanotti.