di Teodoro F. Klitsche de La Grange

Francesco De Tommasi, PM presso la Procura della Repubblica di Milano e nostro concittadino, prova, con la sua candidatura al CSM, a porre rimedio al disastro che, dopo le risse interne alla magistratura, investe l’intero mondo giudiziario e rischia di rendere difficile la comprensione della crisi del sistema di governo della giustizia. Le intercettazioni delle conversazioni di Palamara hanno reso evidente a tutti che le nomine delle funzioni in magistratura derivano da complessi patteggiamenti tra le correnti, proprio come avviene in un sistema politico, con regole osservate da tutti. Per alcuni, pare che sia del tutto naturale che le nomine siano determinate dall’equilibrio di forza tra le correnti della magistratura. Così com’è altrettanto naturale che lo stesso principio si estenda al settore disciplinare, in cui gli esponenti di alcune correnti giudicano quelli delle correnti opposte. Quali siano i difetti di questo sistema non vale neppure la pena di spiegarlo. Difficile invece capire quali siano i pregi. Si dice che se c’è un meccanismo elettorale, come quello per la nomina dei membri togati del Csm, è inevitabile che si sviluppi una dialettica tra tendenze culturali. Quando però questa tendenza diventa un sistema autoreferenziale, indipendentemente dal merito, questo “pregio” perde ogni valore. Se non si cambia il sistema, quindi, tutto finirà in un mero riequilibro dei rapporti di forza tra correnti, e riprenderà come prima. Perciò le prossime elezioni suppletive per il CSM, che si terranno in ottobre, saranno l’occasione per alzare la cortina di fumo che si è stesa sui difetti del meccanismo, che col pretesto di difendere l’autonomia umilia la professionalità dei magistrati, almeno della loro grande maggioranza che non è implicata in manovre correntizie. Ecco perché, su questo argomento, conviene dimenticare la fuffa e pensare alla ciccia, che per quanto ci riguarda è una riflessione offerta, in prospettiva della prossima campagna elettorale, su un tema cruciale per la nostra democrazia che riguarda l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, dal nostro concittadino, Francesco De Tommasi, PM presso la Procura della Repubblica di Milano e “candidato autonomo” al CSM. Il quale, in una conversazione mattutina, esordisce dicendoci che “il CSM non è un organo politico, ma semplicemente un'alta amministrazione e che non esistono modelli di magistrato, ma soltanto magistrati in carne e ossa, ciascuno dei quali esercita un pezzo di giurisdizione in modo autonomo e indipendente, in conformità alla legge”. “E quando qualcuno prova a sostenere il contrario, spiega De Tommasi, è solo per giustificare le logiche spartitorie interne al CSM e ai Consigli Giudiziari e la discutibilità di tante delibere adottate dai predetti organi, quotidianamente annullate dal giudice amministrativo, sta lì a dimostrarlo”. E’ un’annotazione severa, quella di De Tommasi, che serve a segnalare un tema che non può più essere omesso, poiché “è arrivato il tempo che il legislatore si riappropri della riserva di legge in materia di ordinamento giudiziario, per ridurre gli ambiti disciplinati dalla normativa secondaria divenuta sovrabbondante”. Infatti, non è più accettabile che “in ogni aspetto ordinamentale o organizzativo si intervenga con una circolare, una direttiva, un protocollo, una risposta a quesito, a volte contraddittoria, soggetta a continue modifiche e soprattutto facilmente derogabile con interpretazioni à la carte o con motivazioni risibili”. Come avviene nei percorsi professionali dei magistrati, in cui i titoli spesso sono attribuiti con criteri lottizzatori, verso i quali, quando non sono riconosciuti, si ricorre al TAR, le cui decisioni spesso arrivano quando i danni sono stati già fatti. Un concetto ormai molto chiaro, per superare il quale De Tommasi proporrà, in caso di elezione, “una sorta di commissione d’inchiesta sugli annullamenti subiti dal CSM negli ultimi dieci anni”. Un’idea che andrà ad arricchire il suo già ricco programma, in cui, tra le altre cose, è facile trovare l’introduzione di poche e oggettive regole, con previsione di procedure snelle, rapide e trasparenti per controllare e sanzionare la loro inosservanza da parte dei Capi degli uffici; l’introduzione dell'obbligo per i consiglieri del CSM di motivare il voto contrario rispetto alle proposte uniche; l’abolizione dell’immunità dei Consiglieri del CSM per i voti dati; l’introduzione di un meccanismo di progressione in carriera basato sull’anzianità e su titoli di merito incentrati sul lavoro giudiziario e su esperienze professionali alle quali poter accedere attraverso procedure trasparenti e oggettive; l’abolizione della cosiddetta settimana bianca dei consiglieri del CSM (che vuol dire una settimana al mese che non lavorano); modifica del concorso virtuale e del sistema di reclutamento dei magistrati segretari; la riduzione dello stipendio dei consiglieri del CSM; l’impossibilità per gli ex CSM, per la durata di quattro anni dalla scadenza del mandato, di partecipare ai concorsi per posti dirigenziali nonché di ottenere incarichi fuori ruolo; le procedure selettive trasparenti, fondate anche su criteri di rotazione, per consentire a tutti i colleghi che lo desiderino di poter fornire il loro contributo alle attività della Scuola Superiore della Magistratura; la modifica del sistema elettorale del CSM, magari da organizzare su base locale. Ecco, un paese serio, di fronte alla guerra tra bande dei magistrati, piuttosto che scegliere una banda al posto di un’altra dovrebbe discutere di questo: non di come sostituire una corrente con un’altra, ma di come ridurre lo spazio della politicizzazione nell’azione della magistratura. Il resto, con tutto il rispetto, è fuffa.