Redazione

La nave sanità, in questo territorio, è entrata in un campo che fa impazzire le bussole. Il capitano non si sa chi sia, gli ufficiali son truppa di fanteria, promossi per raccomandazione e imbarcati per caso, la ciurma sghignazza o s’incazza, senza costrutto alcuno. E’ la parodia del navigare, ma il dramma reale del nostro stagnante sistema sanitario. Guardate ai casi di malasanità, alla questione delle carenze dei servizi, alla soppressione senza costrutto di reparti e ospedali, a un settore che si occupa più di stipendi che di salute, ai bisogni non soddisfatti di una popolazione di circa 250.000 abitanti e ditemi se non vi sembra di essere circondati da matti, cretini e criminali. E tutto ciò, vi sembra normale? Il fatto è che alla classe dirigente, tutta, della sanità, intesa come servizio che si prende cura del cittadino comune, che si ammala, soffre e spesso muore, e non come interesse personale, non gliene fotte niente. Perché se così non fosse si occuperebbe di salute pubblica. Come, ad esempio, motivare e soddisfare tutti coloro che vivono di sanità o hanno a che fare con la sanità. Sono anni che un giorno sì e l’altro pure esponenti politici (e non solo) parlano di chiusura di interi reparti o di ospedali al fine di migliorare il servizio, giusto per evitare sprechi, strutture fotocopia, utilizzare il personale lì dove è necessario (leggi Corigliano e Rossano, che già sono il vero ospedale unico della Sibaritide), razionalizzare e quindi ridurre spese e costi. Tutto giusto. La cosa a dir poco anomala però è che, in quello stesso tempo, l’intero fronte della nostra classe dirigente si dimentichi di essere coerente, e cioè, tanto per fare l’esempio più evidente, obbligare i medici e il personale di reparti chiusi e di ospedali ridimensionati a trasferirsi altrove e d’investire, dove servono, i quattrini così risparmiati, secondo una logica di ottimizzazione del servizio e di garanzia della salute pubblica. Lo scandalo è fondato, perché se ciò non accade, se i medici (e i paramedici) dei reparti soppressi non sono in buona parte trasferiti, anche d’autorità, lì dove servono, ma sono lasciati a fare i loro comodi nell’ospedale di partenza (magari spostandoli in un ufficio, perché si ha sempre il solito santo in paradiso che li protegge), se con i soldi risparmiati non si ha intenzione d’investire seriamente nelle strutture esistenti e in attrezzature mediche, nell’assunzione e nella gratifica di medici bravi (di cui molti già presenti sul territorio), nella qualificazione e nell’aggiornamento professionale del personale degli ospedali più grandi, qualcosa non funziona, perché c’è gente, di scarso livello culturale e morale, che vuole che le cose restino così come sono, e solo per motivi clientelari e personali, altro che interesse generale. Alcuni esempi? I reparti di pediatria e ostetricia di Corigliano, che rischiano di chiudere per carenza di medici, benché in ospedali vicini, dove questi reparti sono stati chiusi, ci siano medici disponibili, che potendo essere trasferiti in un batter d’occhi restano lì non si sa a far cosa. Perché non lo si fa o perché non lo si fa solo in parte? E di esempi se ne potrebbero fare a decine, a cominciare dagli scarsi investimenti, anche motivazionali, sul personale. Perché se un bravo medico non lo motivi e non lo premi come merita, presto te lo ritroverai ciuco o con le valigie in mano. E intanto la classe dirigente, tutta, dorme o fa finta di dormire, magari perché ha altro di cui occuparsi. Perciò è accettabile una cosa del genere? Eppoi, se chiudiamo reparti e ospedali considerati inutili, per abbassare i costi della sanità e migliorare il servizio, se ciò non avviene alla fine su cosa avremo risparmiato, sulle spese del servizio mensa, sulla carta igienica? Il risultato è che un bel giorno s’alzerà un medico, magari tra i più preparati e motivati, e dirà: se va avanti così, o meglio, se si continua a non andare avanti, meglio starsene a casa, andare in pensione anticipata, trasferirsi lì dove ti apprezzano o fare il minimo indispensabile. Da quel preciso istante molti altri medici ragioneranno allo stesso modo e non li si potrà certo accusare di lassismo o di disfattismo. E’ ovvio che in certe condizioni non si può lavorare. Il dramma, però, che i nostri pensatori mosci hanno la soluzione pronta: si chiama ospedale unico, che rischia di essere una bufala colossale, perché se comanderanno ancora questi, con questi metodi folli, sarà solo pieno di analfabeti e malfattori. Campa cavallo.