Redazione

Non è facile convincere le persone, soprattutto i giovani, che oggi è necessario occuparsi di cose serie, magari trascurando la spazzatura, fatta di pagine e pagine di idiozie che i media e i social media gli offrono in pasto. Da giorni, per esempio, siamo accuratamente informati su ciò che fanno e dicono (e cioè nulla) le cosiddette sardine e sulla conseguente passione felina (i gattini) di Matteo Salvini, oggetto del loro odio, che ha scatenato tante accese discussioni. Sappiamo tutto sulle idiozie che va propalando sull’ambiente la ragazzina saccente Greta Thunberg e sulle liti interne di quell’accozzaglia d’incapaci che è il Movimento 5 Stelle, le cui imprese memorabili conquistano, ogni giorno di più, addirittura la copertina dei principali quotidiani nazionali e dei loro magazine, anche culturali. Potremmo aggiungere altri fondamentali personaggi che riempiono quotidianamente le cronache con le loro performance idiote, come gli influencer e i tanti protagonisti dei reality e tutta la galleria di “miti” fabbricati dal circo mediatico. Si potrebbe poi parlare anche del fenomeno degli youtuber, celebrità-fai da-te spesso raggiunta da baldi giovanotti con esibizioni assurde o infantili o goliardiche su Youtube, ma con ricadute economiche talora notevoli. In questo turbinio di figurine che poi riempiono anche l’immaginario delle persone, già popolato d’imbecilli, passa un messaggio: la cosa più importante della vita è apparire. Comunque e a ogni costo. Se appari, esisti e puoi pure far soldi. L’ideale della vita è essere qualcuno, non essere se stessi (che è un percorso durissimo e solitario). Eppure, fuori dal mondo virtuale, fuori dalla caciara imbecille del circo mediatico, la realtà ci sottopone storie che meriterebbero qualche attenzione, storie che potrebbero perfino incitare i giovani di oggi a seguire il sentiero faticoso che porta in alta quota, piuttosto che finire nell’ampia discesa delle apparenze o nella palude della rassegnazione. Sono storie, di valori, di principi, di dolore, vissute da gente famosa e da gente semplice, capace di compiere atti di eroismo quotidiano, di cui ci accorgiamo perché, a volte, persone celebri che finiscono sulle prime pagine dei giornali, ci riportano alla mente anche le sofferenze di tante, troppe, persone comuni che hanno vissuto e vivono la loro difficile vita in maniera discreta e invisibile. E allora ecco che la cronaca ci fornisce degli esempi che meritano di essere segnalati e magari imitati. Lo spunto arriva da una recente conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic, il quale, malato di leucemia, ha voluto dar conto delle sue condizioni di salute, dopo una lunga cura, e soprattutto esprimere gratitudine a tutte le persone, semplici e invisibili, che lo stanno aiutando in queste suo difficile percorso, a cominciare dai medici e infermieri dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna fino alla moglie e alla sua famiglia, senza i quali non ce l’avrebbe fatta a trovare il coraggio e la determinazione per combattere e vincere contro un avversario durissimo. Un inno alla vita, alla famiglia, ai valori e alla cose che contano davvero. Un inno alla vita che potrebbe diventare un grido di dolore contro l’indifferenza che sta accompagnando un altro inno, questa volta di morte, quale l’infelice sentenza della Corte costituzionale, che ha di fatto aperto la porta, anche in Italia, all’eutanasia, in uno scenario, tra l’altro, di deprimente indifferenza dell’opinione pubblica, dei cattolici e soprattutto della Chiesa, o meglio del Papato, che oggi più che occuparsi di fede, di etica e di fatti di coscienza si occupano di ambiente, immigrati o addirittura della condizione dei nativi dell’Amazzonia. Una cosa impensabile fino a qualche anno fa, quando, ben altra opinione pubblica e ben altri cattolici impegnati, se solo si fosse provato a mettere in discussione la sacralità della vita, avrebbero avuto una reazione furibonda contro questa nuova barbarie, che li avrebbe spinti a chiedere a ben altri Papi che fossero proclamati martiri della Chiesa quelle persone semplici e profondamente umili, che pur afflitte da terribili malattie, che colpiscono duramente sia il corpo che l’anima, hanno accettato la sofferenza, chi in perfetta solitudine e chi con l’aiuto di familiari che hanno passato parte della loro vita ad assistere e curare i loro cari, piuttosto che implorare una qualche forma di eutanasia. Sarebbe stato una specie di manifesto in difesa della vita, contro chi, afflitto dalla cultura della noia e della morte e pur essendo parte di una civiltà che ha avuto l’influsso millenario del cristianesimo, di cui ci si sta dimenticando in fretta, ha un approccio di rifiuto e d’indifferenza alla malattia e alla sofferenza, quasi come se la malattia fosse una vergogna, uno stigma sociale, una specie di punizione divina, quasi come se il malato fosse una persona che in qualche modo dà fastidio per cui “merita quello che ha” e per questo dev’essere isolato, abbandonato a se stesso o, come ultima ratio, rinchiuso in quei veri e propri lager che sono gli hospice per i malati terminali oppure accompagnato in quelle strutture del fine vita che, appunto, aiutano a morire. Ecco, sarebbe bello che qualcuno, magari tra i tanti giovani che sono in un’età in cui cercano ancora, faticosamente, la loro strada, invece di perdere tempo con cose stupide e banali e sprecare così la loro miserabile vita, raccontasse e condividesse, anche sui social, le vicende di queste persone eroiche e dei loro familiari, che pur non essendo nessuno possono dimostrare, col loro esempio e col loro lavoro, che dall’inferno della malattia e della sofferenza si può uscire, purché mossi da un grande ideale e dal non inseguire a tutti i costi il successo mondano. Se oggi qualcuno facesse tutto questo, tanti malati e i loro familiari gli sarebbero infinitamente grati e sarebbe anche un passo avanti enorme per una società che va sempre più verso l’abisso dell’indifferenza e della superficialità. Auguri.