Redazione

Nelle prossime settimane chi ha un minimo di interesse per la politica si ritroverà spesso a porsi con gli amici una domanda semplice a cui rispondere non è facile. La domanda è grosso modo questa: ma alle prossime elezioni regionali del 26 gennaio, per chi dovremmo votare? Rispondere non è facile, ma per quanto possa essere arduo e spericolato esprimersi sui candidati, soprattutto del nostro territorio, potrebbe essere utile mettere insieme un po’ di buone ragioni per orientarci. La prima ragione riguarda Pasqualina Straface, la cui candidatura riveste ormai un’importanza che va al di là della semplice contesa regionale, poiché, alla luce della recente sentenza che l'ha assolta dalle infamanti accuse che le pendevano addosso, l’ex sindaco di Corigliano è diventato uno dei simboli della malagiustizia nazionale, per cui potrebbe (e dovrebbe) raccogliere le simpatie di tutti coloro che ancora credono nella libertà e che ancora di più sono pronti a difendere quella presunzione di non colpevolezza prevista dall’articolo 27 della Costituzione, costantemente ignorata da quel movimento di erosione delle garanzie individuali, rappresentato dal circo mediatico-giudiziario e da certe spericolate (e politicizzate) procure, che tanto male ha fatto e fa allo stato di diritto, che ci ha retrocesso da uomini liberi a sudditi in libertà provvisoria. La seconda ragione riguarda invece tutti i candidati, che se vogliono essere candidati di svolta, devono impegnarsi per cambiare, e significativamente, il sistema sanitario regionale, attraverso una grande e non impossibile riforma, che avrebbe anche forti ricadute di tipo economico, poiché lo sviluppo economico di una regione va di pari passo con l’efficientamento della spesa sanitaria, come è stato dimostrato, ad esempio, in Lombardia, dove se nel 1995 la spesa sanitaria occupava il 70% del bilancio regionale, oggi, pur in presenza di un servizio superiore, tanto da attrarre molti calabresi, si è ridotta al 50%, dando così a questa regione la possibilità di investire tutte le risorse risparmiate in ambiti importantissimi per la crescita di un territorio, come la cultura, il sociale, i trasporti, l’occupazione, l’agricoltura, l’industria, l’artigianato, il turismo, i giovani, il lancio delle startup. E ciò grazie alla liberalizzazione del sistema, attuata seguendo il principio di sussidiarietà, che mette al centro il paziente. In Lombardia, infatti, un malato decide dove farsi curare, in strutture pubbliche o private o convenzionate, e la retta viene sempre e comunque pagata dalla Regione. Sono scomparse le liste d'attesa e le casse regionali hanno visto forti risparmi. Tanto che oggi 5 euro ogni 10 del bilancio regionale sono utilizzati per altro. La ragione numero tre che potrebbe dare al governo regionale la linfa che oggi non ha, può essere riassunta nel trinomio istruzione – imprenditorialità – interconnessione, perché questa regione ha bisogno di un’offerta d’istruzione d’eccellenza, di un’infrastruttura istituzionale che permetta a chiunque di intraprendere, di innovare, di creare valore e occupazione velocemente e di un elevato livello d’interconnessione fra gli individui, sia all’interno della regione sia con l’esterno. Tutte politiche che hanno la specifica caratteristica di attrarre persone e capitali e quindi d’incentivare lo sviluppo del territorio. La quarta ragione riguarda una regione che se vuole vivere, come dice la sua classe dirigente, di mercato e nel mercato e non di quell’assistenzialismo romano che ha avuto esiti disastrosi, dovrebbe ridare agibilità al mercato, rimuovendo gli ostacoli che hanno reso la Calabria inospitale per gl’imprenditori, e in genere per quanti creano ricchezza e occupazione, e tra questi ricorderei la criminalità organizzata, la cultura dell’illegalità, l’alta pressione fiscale, un centralismo asfissiante, una burocrazia oppressiva, inefficiente e criminale, stipendi pubblici che, per il loro alto livello e per le garanzie di stabilità, disincentivano il lavoro privato, un pessimo funzionamento dei servizi pubblici (perché lì dove i servizi pubblici funzionano meglio ci sarebbero più imprese insediate e più imprese che funzionerebbero meglio), l’uniformità del mercato del lavoro che impedisce di passare dalla contrattazione collettiva nazionale a quella aziendale se non individuale, una società che non è stata sufficientemente dotata di capitale sociale, che è poi quella grandezza intangibile che ha a che fare con il senso civico dei cittadini, con la fiducia verso gli altri e con la partecipazione alla vita comunitaria. La quinta e ultima ragione, infine, è propedeutica a tutte le altre, poiché ha a che fare con quel “federalismo concorrenziale” che potrebbe dare vitalità a un’area che pur avendo tutti i problemi di una regione debole non ne ha i vantaggi, perché quando un territorio è povero per attirare investimenti, che potrebbero farlo crescere anche al ritmo dell’8% all’anno, dovrebbe poter decidere autonomamente sulle materie che abbiamo citato in precedenza, e cioè sul livello del costo del lavoro, della tassazione e della regolazione e sull’entità degli stipendi pubblici, che poi, insieme con la grande quantità di denaro prodotto altrove, che finisce per indebolire la società e accrescere la dipendenza dalla politica di lavoratori, imprese e professionisti, sono le ragioni più vere del dissesto calabrese. E per “federalismo concorrenziale” s’intende quello capace di riconoscere potestà legislativa esclusiva, in molte materie che oggi sono di competenza dello Stato, delle regioni o di entrambi (come la sanità, l’istruzione, il fisco, il lavoro, la previdenza e la burocrazia), a un ente regionale sufficientemente grande, in modo da ripartire il costo principale del suo funzionamento su un numero adeguato di persone, contenendolo, e sufficientemente piccolo per consentire un controllo efficace dei cittadini sulle decisioni politiche locali, che avendo il potere di tassare e regolamentare la proprietà e la vita dei cittadini, sarebbe sottoposto al principio di concorrenza con altri enti regionali dello stesso livello. Con indubbi benefici per gli enti più efficienti, che così attrarrebbero più capitali e più residenti, e forti penalizzazioni per quelli meno efficienti, perché un governo locale che tassa e regola i suoi cittadini e le sue imprese più dei suoi concorrenti, sarà inevitabilmente soggetto a emigrazione del lavoro, del capitale e degli individui, e così condannato a impoverirsi e perdere gli introiti fiscali futuri. Senza dimenticare, ovviamente, che un decentramento competitivo avrebbe anche il merito di contribuire al ricambio (e al miglioramento) della classe dirigente calabrese, poiché se si verificassero condizioni sfavorevoli (sotto ogni aspetto) ci sarebbe una maggiore motivazione dei cittadini residenti a sbarazzarsi di chi ha operato male e ha contribuito a rendere il territorio più povero perché poco appetibile sotto l’aspetto economico e sociale. Capisco che proporre e attuare queste riforme sia difficile, maledettamente difficile, ma penso che i nostri candidati debbano provarci, perché solo così possono puntare a far crescere quelle isole felici di buona impresa privata e di buona amministrazione pubblica che in Calabria esistono, e a riscattare quelle isole infelicissime in cui impresa e amministrazione fanno schifo e per le quali questa elezione è forse l’ultima scommessa di chi non ha più nulla da perdere. A tutti i migliori Aguri di buon anno.