Redazione

Non abbiamo mai avuto dubbi che il tasso di disperazione dei calabresi, detto con affetto e con rispetto, sia arrivato a livelli di guardia e che ogni imbonitore politico sia preso sul serio (come avvenne, alle scorse elezioni politiche, con gli inetti grillini). Così come non abbiamo mai avuto dubbi che i calabresi abbiano poche capacità di distinguere chi sia sincero e chi no in una competizione elettorale, perché ormai votano per chiunque rappresenti una speranza o un rimedio ai presunti torti subiti dai governi in carica (nazionali e regionali). Ecco perché abbiamo forti dubbi che sappiano ancora cogliere la differenza che esiste tra un volto reale e la maschera che copre quel volto. Come nel caso di Matteo Salvini, che durante il suo recente viaggio in Calabria, che ha fatto tappa anche a Corigliano, ha tenuto atteggiamenti che potrebbero assumere una valenza quasi da presa in giro. Per cui se si vuole evitare di passare per i soliti speranzosi coglioni, che ancora credono nell’uomo nuovo che possa cambiare le sorti di una regione purtroppo condannata alla marginalità dal suo popolo più che dalla politica, non si può fare a meno di notare che il leader della Lega ha affrontato le piazze calabresi nascondendosi. Infatti, ai calabresi non ha detto ciò di cui avrebbero bisogno, ma ciò che volevano sentirsi dire. E con un comportamento un po’ alla Cettolaqualunque, ha usato, nei suoi discorsi, lo stile e gli argomenti, stantii e furbeschi, della vecchia politica, quindi accuse generiche agli avversari (che non avrebbero fatto “un cazzo”), idee stataliste, protezioniste e centraliste (a difesa di produzioni locali disorganizzate e spesso fuori mercato), i soliti riferimenti all’immigrazione (che qui non è affatto un problema) e alla carenza di infrastrutture e servizi (quali 106 e ospedali), pur con qualche piccola concessione liberale (alle tasse e alla burocrazia ad esempio), che nulla hanno a che fare con le sue radici politiche e con ciò in cui crede realmente e di cui ha bisogno questa regione per uscire fuori dalla condizione di minorità in cui è caduta da anni. Qui, bisognava essere sinceri e tirar fuori i cavalli di battaglia della vecchia Lega federalista e liberista (citando, ad esempio, la riforma della sanità lombarda), nel cui brodo Salvini è cresciuto, per dire che la Calabria, se vuole crescere sul serio, deve fare da sé e smetterla di abbandonarsi a tutte quelle politiche stataliste, assistenzialiste e protezioniste o finto riformatrici che ha conosciuto in passato, magari a spese del residuo fiscale del Nord, e che ne hanno decretato il fallimento. Quindi, Salvini avrebbe dovuto dire che se la Calabria vuole essere competitiva deve diventare autonoma e deve vivere di mercato e nel mercato, magari affidandosi a una classe dirigente illuminata e liberale che abbia finalmente la capacità di eliminare tutti gli ostacoli che rendono inagibile il mercato stesso e puntare su quel federalismo concorrenziale che potrebbe dare vitalità a un’area che non può decidere autonomamente su niente. Tutte cose che Salvini conosce benissimo e a cui, purtroppo, non ha fatto alcun cenno se non di straforo. Anzi, quando ha detto che il popolo calabrese è un popolo meraviglioso che ha voglia di fare, ci ha sorpreso per davvero, poiché è evidente che qui siamo in presenza o di una clamorosa bugia usa e getta (visto ciò che diceva in passato) a scopo elettorale, o di una scarsa conoscenza dei calabresi, i quali, in realtà e al di là di lodevoli singole eccezioni, vogliono continuare a non fare un cazzo, quindi a vivere di elemosine di stato, di reddito di cittadinanza (che Salvini e la Lega hanno istituito quand’erano al governo con gli sventurati del M5S), di sussidi, di pubblico impiego o di criminalità che è la stessa cosa, di pensioni d’invalidità e di anzianità (magari a 60 anni o meno), di contributi alle aziende, agricole e non, fuori mercato (che continuando a essere assistite non faranno mai conti con i mercati, soprattutto internazionali) e così via. Ecco, questi sono alcuni degli atteggiamenti assunti da Salvini nelle nostre piazze, che pur apparendo seducenti in bocca all’uomo del momento sono in realtà ambigui. E noi calabresi se non vogliamo abboccare all’amo non abbiamo altra arma per scoprirlo se non spostando la maschera che copre il volto del leader leghista, e ciò per capire la differenza tra una svolta sincera e un’impostura pura. E a tal proposito consentitemi di chiudere con il Matteo Salvini che se da una parte dice di essere un perseguitato politico per aver ricevuto una richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti per il caso Gregoretti, dall’altra va a far visita al procuratore Gratteri che, qualche settimane fa, è stato sconfessato dalla Cassazione per la disinvoltura con cui la procura che dirige ha indagato, mettendolo così ai margini della politica regionale, l’ex governatore della Calabria, Mario Oliverio, con cui il leader della Lega avrebbe dovuto solidarizzare. Come direbbe Totò “ccà nisciuno è fess”. Auguri.