Redazione

Sono trascorsi ormai venticinque anni dalla scomparsa dei partiti. Un tempo sufficiente a cambiare la nostra percezione del politico: che era uomo preparato e professionale, il quale per ambire al governo delle vite altrui doveva anche alimentarla nel quotidiano questa preparazione. Venticinque anni sembrano pochi, ma sono stati più che sufficienti a distruggere, da mani pulite in poi, quell’apparato dei partiti in cui era salda la memoria storica di chi sapeva bene cosa fosse la politica, quella vera, che aveva visioni e idee che in qualche modo contribuivano a cambiare il volto della società e del paese. Era, ovviamente, un’altra politica, quella dei saperi e delle competenze, quella di un mondo in cui i partiti avevano sì connotati di tipo ideologico, ma anche solide basi culturali, che purtroppo non ci sono più, poiché oggi a prevalere sono il giovanilismo e partitini e movimenti leggeri, anche nei pensieri, di cui tra qualche anno non si ricorderà nessuno, disorganizzati, improvvisati, soprattutto dal punto di vista delle idee, in cui l’approfondimento e lo studio sono spariti e sostituiti da una sconcertante mediocrità (se non ignoranza), che tra l’altro è quella dei tempi che viviamo, secondo cui la politica, come tante altre cose, può essere improvvisata, magari perché ascoltata o letta su internet, dopodiché chiunque è pronto per aspirare a una candidatura, anche prestigiosa. E’ il tradimento della nostra vecchia tradizione politica, che porta molti mediocri (soprattutto di giovane età), attratti dal fascino del potere, a scaldare poltrone alzando la manina a comando. Ma sappiamo che la politica era anche altro: pratica, ad esempio, quella pratica che non può essere raccontata ma va acquisita ogni giorno, nelle sezioni di partito ad esempio, vere e proprie scuole di politica, dove soprattutto i giovani ricoprivano ruoli di subordine con passaggi di umile apprendistato sotto la guida di insegnati politici esperti, gente preparata da cui imparare gli atti più semplici, come la generazione di un atto amministrativo in un consiglio comunale oppure da cui ereditare quel fiuto o quell’intuizione che ti fanno capire quando ciò che pensi o fai ti sta portando fuori strada e stai sbagliando, quella cosa che ti porta a generare atti politici utili e vitali per gli amministrati. Oggi, invece, tutto ciò non si verifica più. Oggi, si ha la presunzione di saltare il periodo dell’apprendistato, magari per candidarsi a cariche che non si possono reggere senza preparazione e esperienza. E allora rassegniamoci: con questi candidati, che vivono una mediocrità politica che ci prevarica e ci distrugge, saremo privati anche della speranza di futuro. Altro che giovani.