Redazione

E' andata come avevamo sperato: alle elezioni del 26 gennaio il partito degli astenuti si è confermato primo partito della nostra regione. Non è una novità. Era già accaduto in altre occasioni, perciò che nessuno si stracci le vesti per questo dato e soprattutto non facciamo in modo che una scelta del tutto inoffensiva (non recarsi al seggio) sia oggetto delle peggiori contumelie (come è avvenuto nei giorni scorsi, quando ho sentito un caro e presuntuoso amico definire coglioni coloro che non votano), perché questo è un elemento senz’altro positivo per la politica (anche locale). Indica che non siamo più un popolo di votanti impenitenti, il che a dir la verità, in passato, non è che ci abbia mai garantito un brillante buongoverno (basti pensare alle ultime giunte regionali). Altrove, per esempio negli Usa, di norma sono invece i votanti a essere pochini. Questo ci dice che, anche qui da noi, per fortuna, è finita la pervasività della politica (che produce abbondanti benefici e clientele, e quindi votanti interessati) e l’alta partecipazione alla discussione politica. Per consuetudine, dai barbieri, nei nostri bar e ristoranti si parla di calcio oppure di politica. Meglio sarebbe dire che si parla indifferentemente di calcio o di politica: perché il livello della discussione è lo stesso (molto basso). L’astensione, quindi, viene spesso associata a uno stato di apatia o di doppiezza. Il che la dice lunga sull’appartenere, anche se, oggi, constatiamo che la crescente astensione è solo la manifestazione più evidente del fatto che avendo i partiti mollato un po’ la presa sulla società civile (forse perché è finita la ciccia da distribuire ai poveri calabresi), hanno reso i cittadini più liberi e quindi forse pronti per dar vita a quella rivoluzione liberale che da anni si attende. Certo da più parti si sentono ancora voci che ritengono l’astensione un problema, ma questa volta, invece, pensiamo possa rivelarsi una soluzione. E’ come se i cittadini, finalmente liberi, avessero detto: poiché nessuno ci costringe a votare e poiché le alternative in campo sono orrende, tanto vale battere un colpo non scegliendo né l’una né l’altra (parentesi: siamo sicuri che la società civile sia meglio?). In controluce, questo dibattito resta comunque legato all’idea del voto come “diritto-dovere”, che è un assurdo logico. All’esercizio di qualsiasi “libertà” corrisponde un obbligo, ma per gli altri: quello di rispettare il libero corso che un individuo cerca di imprimere alle sue azioni. La mia libertà di bere un caffè presuppone che nessuno me lo rubi mentre la sto per bere. Ma se sono obbligato a bere il caffè, non sono libero. Quindi è necessario che si accetti l’idea che una persona ha il pieno diritto di disinteressarsi della politica e quindi della cosa pubblica. Disinteressandosene, di norma non fa male a nessuno. Più facile che faccia male a qualcuno chi col suo voto contribuisce a eleggere un governo che produce poi scelte pubbliche populiste, controproducenti o demenziali. L’astenuto ha colpa nella misura in cui, non votando contro, ha reso possibile l’elezione di quel ceto politico? Ci sono occasioni in cui lo scontro è fra contendenti l’uno e l’altro inadeguati. Come potrebbe avvenire in queste elezioni regionali, dove il povero elettore si troverà a dover scegliere tra liste di candidati, di tutti gli schieramenti, non eccelse. E, a ogni modo, dal punto di vista individuale il voto di ognuno di noi è sempre una goccia del mare. Quando mai è il singolo voto a determinare l’esito di un’elezione? Dall’altra, l’astensione può essere una scelta politica in senso proprio. La distinzione fra non voto qualunquista e non voto “illuminato” è capziosa. Chi non vota può aver capito, con Mencken, che “in democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l’altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione”. Può decidere che non basta questa appendice invernale a rassicurarlo sulle capacità dei suoi governanti. Questo, comunque, è un argomento delicato e difficile, sul quale contiamo di tornare, al più presto. Auguri.