Redazione

Alle elezioni regionali, ormai, si presenta al seggio meno della metà degli aventi diritto (il 44 % per esser precisi). Che è più o meno la stessa percentuale che vota per il Presidente degli Stati Uniti e non sembra che la democrazia americana funzioni tanto peggio della nostra. Per buona parte della prima repubblica, l’affluenza alle urne ha superato il 90%. I nostri nonni e i nostri genitori votavano religiosamente. Ma il fatto che al seggio vadano in tanti non garantisce di per sé scelte particolarmente lungimiranti. Altrimenti avremmo ereditato un paese e una regione migliori. Sono diversi i motivi per cui un elettore può decidere di astenersi. I giornali si concentrano sempre su uno di essi: la disaffezione verso la politica. Però non è l’unico. La cosa strana non è che qualcuno non vada a votare: è, al contrario, che qualcun altro ci vada. Dal punto di vista individuale, il voto è uno sforzo non remunerato. Il “nostro” voto fa la differenza solo in rarissime occasioni: per esempio, se viviamo in un paese di poche anime e si sono candidati a sindaco due signori popolarissimi l’uno e l’altro. In un’elezione regionale, al massimo ci guadagniamo la soddisfazione del tifoso per la vittoria della squadra del cuore o il diritto a lamentarci, al bar o dal barbiere, per i cinque anni successivi. Una volta eletti, i nostri governanti perlopiù si occuperanno di questioni destinate a rimanerci del tutto oscure. I più informati fra noi conoscono i numeri della disoccupazione e della spesa sanitaria regionali, dell’utilizzo dei fondi europei, quelli che non lo sono, invece, restano all’oscuro dei tecnicismi e dei meccanismi della politica. Quindi, se ne fregano del voto. Per cui l’astensionista convinto potrebbe anche essere uno che sa di non sapere. Pensa che abbia poco senso illudersi di “scegliere la persona”, quando non sai se hai bisogno di un cardiochirurgo o di un fisiatra. E’ convinto che l’esercizio del potere sia una faccenda misteriosa. E, soprattutto, remota, lontana dalla sua vita. Se fossimo un tantino più onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che sappiamo pochissimo di chi votiamo, del suo passato, delle funzioni che andrà a svolgere, di cosa in realtà pensa o vuole fare, anche per responsabilità degli stessi candidati, i quali non sanno (o non vogliono) comunicare, se non per slogan, spesso idioti. E’ umano. Così se non siamo in lizza per una nomina o in gara per un appalto, per un posto di lavoro o per un favore da ricambiare (magari a un consigliere uscente che ci ha fatto avere un ricovero ospedaliero in tempi brevi) ha senso impegnarsi per “studiare” a fondo un candidato che usa metodi e idee che sono spesso oscuri e difficili da comprendere più per come li dichiara che per come li traduce in pratica? Ovviamente no, per questo scordiamoci che candidati come quelli che abbiamo visto all'opera alle regionali del 26 gennaio scorso possanio riportare alle urne quel pezzo di non votanti libero e motivato, che non essendo stretto nella morsa dei ricatti, dei partiti e delle clientele non ha alcun interesse per la politica, ritenendola inutile e incomprensibile. Solo una classe dirigente illuminata, colta e liberale, potrebbe farlo, ma a condizione che s'impegni su un progetto credibile e finalmente chiaro, che faccia in modo che questa regione diventi autonoma e viva di mercato e nel mercato, magari eliminando tutti gli ostacoli che rendono inagibile il mercato stesso e attuando quel federalismo concorrenziale che potrebbe dare vitalità a un’area che non può decidere autonomamente su niente. Perciò, fino ad allora, mettiamoci l'anima in pace e teniamoci stretto quel 56 per cento di obiettori che ci fanno sentire un po' più liberi e indipendenti ... dalla politica e dallo STATO.