Redazione

L’Italia, dal punto di vista del diritto, è un paese sempre più strano e schizofrenico, che mette in galera gli innocenti (vedi leggi sulla carcerazione preventiva e sulla fine della prescrizione) e lascia i pluripregiudicati sempre più liberi e sempre più liberi di delinquere. E’ un fenomeno che avviene dappertutto, ma che riveste una particolare pericolosità nelle zone infestate dalla criminalità organizzata, dove a finire nelle mani della giustizia, guarda caso, sono sempre le stesse persone, che misteriosamente non restano per molto tempo ospiti della patrie galere, nonostante commettano gravi reati. Ecco perché, vivendo al Sud, in zone dove il fenomeno mafioso è diffuso e tenace e per questo diventato problema e fenomeno nazionale, ci permettiamo di dare alla politica un suggerimento: perché non approvare, in Parlamento, nuove norme (anche costituzionali, se necessario) che, aggiungendosi a quelle già esistenti, contemplino più poteri di repressione sulla falsariga della legge del “tre volte e sei fuori”, in vigore negli Stati Uniti, che prevede oltre a un innalzamento delle pene anche la loro applicazione automatica, quindi senza la discrezionalità dei giudici, per i recidivi dei reati di mafia o in generale di criminalità organizzata. Perché, in America lo Stato, per garantire maggiore sicurezza ai propri cittadini, ha introdotto un principio penale secondo cui chi subisce tre condanne definitive per gravi reati commessi e scoperti resta in galera per sempre o prende una condanna esemplare. E’ un approccio duro, che farà storcere il naso a molti garantisti a giorni alterni, poiché è sintomatico del trapasso dalla tradizionale onnipotenza dell’ideale trattamentale/riabilitativo alla retribuzione e la prevenzione, ma necessario a evitare che lo stesso soggetto, già resosi responsabile di gravi reati, soprattutto di mafia e dintorni, e magari entrato e uscito dalle prigioni decine di volte, come avviene spesso dalle parti di casa nostra, ritorni in circolazione e a essere pericoloso. L’ergastolo o pene severissime, da scontare interamente, per i recidivi è una norma di civiltà, alla cui base sta la convinzione, molto radicata nell’opinione pubblica (e a tale proposito si potrebbe organizzare anche un referendum), dell’esistenza di un criminale “abituale”, “incorreggibile”, “irrecuperabile”, anche perché membro di una complessa struttura, qual è appunto un’organizzazione mafiosa, per cui il crimine è una professione. Ecco perché lo Stato, ponendo il recidivo nella condizione di non nuocere, lancia alla società un messaggio chiaro e forte che è di natura intimidativa, deterrente, prospettica, di prevenzione del crimine, appunto, per cui è impossibile non cogliere la visione di provvedimenti del genere, che guardano al futuro giudicando il passato, che mirano a punire un soggetto non tanto per il reato commesso, quanto per lo status di “recidivo”. E nell’ottica di queste misure non è tanto la persona a porsi di fronte al giudice, quanto piuttosto la sua fedina penale. I provvedimenti instaurano un meccanismo punitivo che impone al giudice di comminare la condanna all’ergastolo o ad un numero di anni di fatto corrispondenti, nel caso in cui il reo commetta per la terza volta un reato che rientri nella categoria dei reati di mafia. E sono leggi quelle del “tre volte e sei fuori”, che appartenendo alla “famiglia” delle misure di condanna obbligatoria, s’impongono senza lasciare discrezionalità. Al giudice, ovviamente. E di questi tempi, con la magistratura che ci ritroviamo, spesso forte con i deboli e debole con i forti, sarebbe già una mezza rivoluzione. Caso Bossetti docet.