di Teodoro F. Klitsche de La Grange

Per via del Coronavirus si vive in una condizione precaria e surreale. Stanno chiudendo un intero paese, con ciò limitando pesantemente la nostra libertà, soprattutto di movimento. E la gente ne è anche orgogliosa, poiché in giro si vedono molti cartelli con su scritto “andrà bene” e “io resto a casa”. Sono slogan che vogliono spingerci a essere ottimisti e ad accettare, con leggerezza, pesanti e lunghe limitazioni alla nostra vita, sociale e lavorativa. Siamo quasi al limite del suicidio civile e ci vorrà forse ancora del tempo per essere pienamente coscienti di quello che sta accadendo, anche se l’impressione che si registra in queste ore è che un pezzo d’Italia sta dimostrando di avere qualche buon anticorpo liberale per chiedersi se ne valga davvero la pena ad accettare a lungo questa privazione di libertà che rischia di sconfinare nella dittatura. Perché qui, se la cosa andrà avanti ancora per molti giorni, se continueremo a ripetere, forse inconsciamente, che per far ripartire l’Italia bisogna avere il coraggio di fermarsi e che in fondo restare per diversi giorni lontano dal lavoro e dalla socialità potrebbe essere meno drammatico del previsto, se non moriremo per il virus moriremo reclusi, agli arresti domiciliari, e di fame, considerando che con la paralisi della circolazione, dei movimenti e delle attività ci sarà la paralisi dell’economia. Per cui, e considerando ciò che diceva Keynes, che nel lungo periodo saremo tutti morti, o per l’epidemia o perché stanchi della lunga e insopportabile reclusione o perché non abbiamo più risorse per vivere, sarà necessario ritornare a muoverci, a spostarci, a lavorare, assumendoci il rischio di ammalarci e, forse, morire. E la morte, consentitemi, non è il pericolo estremo. Qui c’è soprattutto in ballo la nostra libertà di fare e di muoverci, che potrebbe essere messa in pericolo da un governo di incapaci e irresponsabili che, avendo prima sottovalutato il problema e poi agito per troppo tempo in una situazione d’emergenza, possa sequestrare le nostre vite e le nostre attività, che così facendo sarebbero totalmente consegnate nelle mani del peggiore nemico della libertà: lo stato. E in questo caso lo stato sarebbe di gran lunga più pericoloso del virus. Ora si tratta di capire per quanto tempo possiamo sopportare e prolungare lo stato d’emergenza senza finire in una qualche forma di democrazia dittatoriale. Ecco perché abbiamo l'obbligo, come uomini liberi, di chiederci: vale più la sicurezza o vale più la libertà? Io, a tal proposito, non ho dubbi a rispondere, perché la libertà ha un primato senza il quale non si reggono nemmeno le dittature, a cominciare da quelle dei cretini. Le più pericolose in assoluto. Provare a prenderci cura del nostro paese stando, comodi, sul divano di casa è uno sforzo che forse non possiamo permetterci di fare a lungo. E nell’attesa che il peggio sia passato, e purtroppo ancora ce ne vorrà, per chi vuole. Stiamo a casa e proviamo a pensare che tutto “andrà bene”, anche se “io non resto a casa” a lungo. Perché per salvare l’Italia occorre prima di tutto salvare la nostra libertà.