Redazione

Ricevo, quasi tutti i giorni, email e sms di cittadini preoccupati per gli arresti domiciliari cui li ha costretti il governo più ridicolo e incapace della storia repubblicana. Così come altrettante lettere mi giungono da chi è preoccupato per la propria salute, che a volte non sarebbe tutelata adeguatamente da quel personale sanitario che dovrebbe farlo per mestiere e senso di responsabilità, come sta accadendo in tante altre parti d’Italia, a cominciare dalla Lombardia. Perché, quando il signor V.S., che mi scrive da Rossano, punta il dito contro lo Spoke Corigliano-Rossano, non gli si può proprio dar torto. Nello specifico, protagonista della nervosa invettiva che ci ha inviato è la direzione sanitaria dei due ospedali, che, a giudizio del nostro concittadino, malato cronico, “sarebbe in piena flagranza di reato”, poiché, con l’ennesima circolare da Circo Barnum, emessa in queste ultime ore, ha “diffidato” tutti i dipendenti delle due strutture ospedaliere a “utilizzare DPI (che sarebbero i dispositivi di sicurezza, quali mascherine, guanti e camici a norma n.d.r.) che non siano stati forniti dalla Farmacia (ospedaliera, ovviamente n.d.r.) e/o dalla Direzione Medica di Presidio”. "Cosa impossibile", dice il nostro concittadino, “poiché le farmacie ospedaliere pare siano del tutto prive di DPI. E un direttore sanitario che espone il proprio personale al rischio contagio, non so come possa vivere serenamente, in questi giorni di emergenza, poiché per la responsabilità giuridica e morale che ha verso i propri dipendenti, potrebbe essere indagato, da un giudice che abbia un minimo di coscienza, per violazione delle misure sanitarie imposte dal governo”. “Infatti,” prosegue il nostro interlocutore, “qui siamo in presenza di un potenziale untore, il quale non garantendo la sicurezza degli operatori sanitari sui luoghi di lavoro, espone la popolazione al rischio di contagio. E sappiamo quanto ciò sia pericoloso, poiché all’interno degli ospedali il coronavirus sembra diffondersi facilmente da un reparto all’altro”. Lo dicono, su tutti i quotidiani nazionali, alcuni medici e infermieri di reparti isolati, che non dovrebbero accogliere i malati di Covid-19, i quali da giorni ci spiegano che su 6 pazienti a cui è stato fatto il tampone, ne hanno registrato 5 positivi. "A ruota ci ammaliamo noi - rivelano gli operatori sanitari - Vedo colleghi 'cadere' ogni giorno. Una è appena rimasta a casa con 40 di febbre, il marito anche, mi dice che sta salendo anche al figlio. Altri tre infermieri mi hanno appena chiamato, sono malati". Sono i racconti di chi è in prima linea nella lotta contro la pandemia, che svelano il dramma della diffusione del contagio nei luoghi in cui le persone vengono accolte per le cure. Una situazione che si sarebbe sviluppata per due motivi: il primo sarebbe da rintracciare nell’impreparazione alla pandemia, che i medici hanno dovuto affrontare con poche protezioni e linee guida confuse, mentre il secondo potrebbe essere dovuto all’improvviso cambio di direzione, intervenuto a epidemia già in corso. A spiegarlo al Corriere della sera, è un medico del Policlinico di Milano: "Quando è stato scoperto il primo caso "interno", sono stati subito fatti i tamponi ai suoi contatti e la diffusione è stata isolata, contenuta. Erano i primi giorni dopo Codogno. Poi si è deciso di cambiare del tutto politica. Niente più tamponi, medici e infermieri tutti al lavoro, pure se avevano un familiare 'positivo' in casa". In questo modo, "non si è sguarnito il personale degli ospedali, forse, ma si sono aperte autostrade al virus". Diversi gli operatori sanitari positivi anche tra gli ospedali di Magenta e Milano. Lì, secondo quanto racconta un'infermiera, "è stata a lungo in vigore una direttiva quasi 'criminale'. Se un cittadino entrava in contatto con un positivo, si doveva isolare, ma se capitava a un medico o a un infermiere doveva andare al lavoro fino a eventuale comparsa di sintomi. Quanta infezione abbiamo portato in giro così tra pazienti, colleghi e famiglie? La carenza di mascherine e protezioni hanno fatto il resto". A sostenere la diffusione del virus all'interno degli ospedali, sono anche i medici dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che hanno pubblicato un articolo sul New england journal of medicine: "Stiamo imparando che gli ospedali possono essere il maggior vettore per il Covid-19- dicono- perché sono stati rapidamente popolati di pazienti infetti, facilitando il contagio di pazienti non infetti. I lavoratori della sanità sono vettori asintomatici o malati senza sorveglianza". Per questo, "negli ospedali la protezione del personale sanitario dovrebbe essere la priorità". Il grande Gino Bartali direbbe “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, a cominciare dalla direzione sanitaria dello Spoke Corigliano-Rossano.