Redazione

È da almeno venticinque anni che diciamo, purtroppo a vuoto, che questa città e questa regione hanno un problema di classe dirigente, da sempre scadente o addirittura assente. E come abbiamo più volte scritto (e detto, anche in convegni importanti), questo problema lo hanno oggi più che mai, visto il brutto momento che stanno attraversando. Tuttavia ai tanti articoli da noi pubblicati, non ha mai fatto seguito una discussione seria sull’argomento, forse perché tanti appartenenti alle nostre élite, non sentendosi parti in causa (chissà perché), non hanno capito quali sono gli aspetti fondamentali della questione, che a noi sembrano i seguenti: 1) Una classe dirigente per essere tale deve possedere quattro caratteristiche: pensare alla tutela degli interessi generali, che devono prevalere su quelli personali; avere un’idea di società e soprattutto su quali valori e quali principi intenda fondarla; deve assumersi rischi e responsabilità; deve possedere una memoria storica e una buona base culturale, che le possano permettere di capire il presente e pensare al futuro. 2) La classe dirigente deve anche capire che la sua debolezza nasce da un deficit di politica, intesa come visione strategica della realtà e capacità di risolvere i problemi, frutto di politici impreparati e incapaci, se non dementi, che hanno pensato solo alle piccole cose, all’ordinaria amministrazione, senza avere grandi idee e il coraggio (e le capacità culturali e morali, ovviamente) di compiere scelte riformatrici di largo respiro. Per cui la politica si è identificata totalmente con la pubblica amministrazione, trasformando il governo delle città e delle regioni nel regno della burocrazia, delle scartoffie e delle piccole cose inutili (che servono a fare clientele). 3) Se è vero che il compito cruciale di una classe dirigente è sempre un compito in definitiva di natura politica, allora è necessario che alla base della sua formazione oltre alle idee ci siano forti paradigmi morali e culturali, a cominciare dal più importante: il principio di verità, la cui progressiva assenza nella vita pubblica ha coinciso col crollo qualitativo della classe dirigente, in specie di quella politica, e con l’aumento dei problemi del territorio. Infatti, la nostra classe dirigente non è mai riuscita a risolvere la cosiddetta questione meridionale (di cui la Calabria è forse l’aspetto peggiore) perché l’ha sempre negata, magari massacrando chi lo ha fatto anche in termini brutali (vedi le aggressioni a Vittorio Feltri o a easyJet), evitando così di raccontare, attraverso le sue debolezze, ciò che in realtà è il Sud: una grande area arretrata, abitata da un popolo di buzzurri che si è fatto sottomettere dalle due più potenti organizzazioni criminali del mondo (lo stato e la ndrangheta), che tollera un fisco e un mercato del lavoro soffocanti, un tasso d’illegalità e d’evasione fiscale devastante, una pessima qualità della sanità, dell’istruzione, dell’ambiente, della giustizia e della burocrazia, un’imprenditoria drogata e criminale perché sostenuta dagli aiuti di stato e dalla mafia e non dal mercato, un pubblico impiego che mortifica il lavoro, una società civile inesistente (anche per via del familismo amorale). Ecco, chi non ammette tutto ciò è un ladro di verità. E' uno che nasconde la refurtiva e non la polvere sotto il tappeto. Per cui, un’operazione verità sarebbe utile a tirar fuori i veri problemi del Sud in modo da poterli risolvere attraverso scelte di portata generale e di natura complessa che sono scelte tipiche di una classe dirigente. E' da qui, dunque, che bisogna partire: spiegando che una classe dirigente è immorale quando mente, sapendo di mentire, sulle difficoltà della propria terra. È questa la vera questione morale che sta distruggendo la politica meridionale, altro che onestà, onestà.