Redazione

Per trovare un senso a questa storia della rimozione del comandante della polizia locale, Levato, bisogna partire da una voce, o da un pettegolezzo, davvero paradossale, circolata qualche giorno fa sui social e sulla stampa, secondo cui la sostituzione del comandante (o meglio, la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso) sarebbe dovuta a una multa che la polizia locale avrebbe dato al comune per una manifestazione della proloco rossanese in cui mancava il piano di sicurezza. Capirete che qui siamo in presenza di una cosa aberrante, che se vera ci spinge inevitabilmente a porci una domanda: ma per quale ragione e con quale diritto il sindaco giudica inopportuno che un comandante che si limita a far rispettare la legge, a tutti i livelli e senza guardare in faccia nessuno, continui a guidare la polizia locale? L’interesse generale, e cioè quel buon andamento e quell'imparzialità sanciti dalla costituzione, non ha più alcuna rilevanza pubblica? Di più: quella che sembra una guerra diretta e personale del sindaco, finalizzata a cacciare Levato, getta una luce sinistra della nostra città, perché, durante la campagna elettorale dello scorso anno, la posizione di Stasi e delle sue liste, in materia di personale, fu netta: bisogna garantire prima d'ogni altra cosa l’efficienza, la competenza e l'imparzialità della macchina comunale. Ciò è stato più volte ribadito anche dopo le elezioni e a giusta ragione, perché tutti sapevano che la nuova città aveva una struttura comunale di certo non all’altezza dei suoi compiti, pur con le dovute e lodevoli eccezioni. Peccato, però, che palazzo Garopoli, su questa materia, si stia invece muovendo su un terreno completamente diverso. Infatti, nel caso di Levato (ma si potrebbero fare altri esempi) e al di là del pettegolezzo che qui ci interessa poco, il sindaco non contesta l’inadeguatezza del comandante sul piano professionale, o almeno non ci risulta che lo abbia fatto con atti ufficiali, ma indica quella dei suoi requisiti, in particolare la mancanza della qualifica dirigenziale (necessaria?), per farlo fuori, e in attesa della selezione del nuovo comandante-dirigente (che costerebbe l'iradiddio), da farsi forse con le procedure dell’articolo 110 della legge 267 del 2000, affida l’incarico a interim al segretario generale, poiché la polizia locale appartiene alla macro-area amministrativa, o come cazzo si chiama, di cui è dirigente (pro tempore) proprio Lo Moro. Così facendo, però, il sindaco oltre a mandare sul lastrico il settore della vigilanza (ve lo immaginate il buon segretario che per qualche mese pattuglia un territorio così vasto?) e a comprometterne l'atonomia, ignora una regola fondamentale della politica, quella di porre davanti a ogni ipotesi di rivoluzione della struttura comunale o di cambiamento radicale del personale, che prevede (a ogni costo?) dirigenti al vertice dei settori (tutti?), tra l’altro molto costosa, il progetto politico, l’idea, che si ha per la riorganizzazione di ogni specifico settore, spiegandoli, tra l'altro, alla città. Altrimenti siamo all’arbitrio e alla pura discrezionalità, alla sconfitta del principio di legalità, che potrebbero trasformarsi in una guerra senza quartiere a due dimensioni: una che si giocherà nel segreto delle stanze municipali, l’altra sui media. Nelle chiuse stanze, il sindaco dovrà negoziare la normalizzazione della sua maggioranza, poiché pare che non tutti condividano questo metodo arruffato e marxista (nel senso di Groucho Marx) di fare politica, perché non si capisce bene a chi o a cosa risponda. Sui media, invece, continuerebbe il cannoneggiamento degli esponenti della maggioranza sull’opinione pubblica (e sull’opposizione), con l’effetto (se non addirittura con l’obiettivo) di deprimerne ulteriormente l’umore e aumentarne la confusione vista l’improvvisazione e la scarsa chiarezza che regna (su tutto) dalle parti del municipio. Quindi, ricapitolando, si può dire che il sindaco non stia perseguendo una legittima visione politica, non abbia un progetto di riforma del sistema comunale e non si muova all’interno della cornice giuridica dello stato di diritto. L’unico fine delle sue azioni sarebbe quello di mettere le mani sulla macchina comunale di questa città. Sostituendo così l’arbitrio dei singoli alle procedure e ai contrappesi della legge, Corigliano-Rossano pare diventare sempre più una città priva di istituzioni democratiche. Tuttavia Stasi deve ricordare che il bello dello stato di diritto è che c’è sempre un giudice a Berlino, che può e deve sindacare gli atti di chi detiene pro tempore posizioni di potere. Comunque vadano le cose. O no caro Levato.