Redazione

È un sabato pomeriggio come tanti altri e mentre sto seduto al bar davanti a un caffè, noto alcuni ragazzi che bevono un aperitivo in allegria. Ridono, scherzano, interagiscono coi social, parlano di minchiate e soprattutto affrontano pensosi il loro principale problema: che non è il lavoro, ci mancherebbe, ma come organizzare, al meglio, la loro serata. All’improvviso ho una visione: è quella del Titanic e della sua sala ricevimenti, dove gli inconsapevoli passeggeri ballano mentre la nave va verso il suo tragico destino. Da quel sabato non riesco più a levarmi dalla mente quella scena, poiché vedo nei volti e nelle parole di quei ragazzi l’inconsapevolezza di andare a sbattere sull’iceberg di un cambiamento epocale, che il Covid ha reso brutale per via della necessità di affrontare scelte non più rimandabili. E i giovani non sembrano rendersi conto che stanno marciando (allegramente e velocemente) verso quell’iceberg, dopo avere vissuto in un terribile inganno da debito negli ultimi 40 anni. Così come non sembrano rendersi conto che dovranno inevitabilmente cambiare vita e ridurre il loro tenore di vita. E la scelta sarà dolorosissima e socialmente deflagrante, perché nessuno gliene ha mai parlato e non sanno cosa sia il sacrificio. Ecco perché invece di fare chiacchiere inutili o pensare a dove e come passare il loro sabato sera, i giovani dovrebbero iniziare ad aprire gli occhi e a parlare del loro futuro, che non c’è, e di come da qui a poco si ritroveranno a fronteggiare un iceberg fatto dai numeri, tragici, dell’economia e della demografia, che ci dicono che negli ultimi 40 anni abbiamo deciso di indebitarci per vivere al di sopra dei nostri mezzi, soprattutto qui al Sud. Cosa che, d’ora in avanti, non potremo più fare, per cui saremo costretti a stravolgere la nostra vita e le nostre abitudini. Questo è quello che ci aspetta dal prossimo anno in poi. Senza appello. Senza nessuna possibilità che non sia così. Senza se e senza ma e nell’unico modo possibile di affrontare il problema: trasferendo lavoro e risorse da settori pesantemente improduttivi (come quello pubblico) a settori necessariamente produttivi (il privato), in un contesto che sarà destinato a generare fortissime spinte di disgregazione del tessuto sociale, di cui nessuno sembra preoccuparsi. Ecco perché per mantenere unita la nostra società bisognerà aumentare la produttività, grande male di questo paese, e la partecipazione al lavoro, soprattutto al Sud, dei giovani. Non esiste altra soluzione economica sostenibile o logica. E per farlo bisognerà sostenere e incentivare le imprese private e fare arretrare lo stato che non può sostituirle. È finito il tempo del posto pubblico e del sussidio per tutti. E poi, bisogna capire che il tenore di vita di tutti o quasi tutti sarà minore, perché se non troviamo la spinta ideale a creare opportunità di lavoro, soprattutto per i giovani, siamo condannati al futuro potenzialmente drammatico del fallimento. I nostri giovani devono capire che si può e si deve uscire fuori da questa situazione drammatica, ma per farlo ci vogliono l’impegno e il lavoro di ogni giorno come fecero tanti anni fa i nostri padri e i nostri nonni che sono ancora parte di noi perché ci hanno lasciato quei valori di attaccamento e dignità del lavoro, quella semplicità e quella volontà di migliorarsi che possono e devono stare alla base della rinascita di un paese che si è cullato in pericolose illusioni, offerte e promesse da molti che non hanno mai davvero lavorato e costruito qualcosa di concreto. Affrontiamo la realtà per quanto sgradevole. Possiamo farcela se lavoriamo e smettiamo di promettere la luna facendo solo debiti per i nostri figli. Ora che stanno per affondare, dimostrino i giovani cosa sanno e possono fare. Con i fatti concreti, con poche parole e nessuna promessa, solo lavorando e impegnandosi tutti i giorni, un mattone alla volta e senza pensare a cosa fare il sabato sera. Per quello ci sarà tempo.