Redazione

Allora, da dove vogliamo cominciare, dallo spot che la giunta regionale ha commissionato al duo Muccino/Bova per promuovere il turismo in Calabria oppure da Chiara Ferragni e dalla sfilata di Dior a Lecce? Penso convenga partire dallo spot Muccino/Bova, che dovrebbe uscire in autunno alla modica cifra di un milione e settecentomila euro dei contribuenti calabresi o meglio settentrionali, visto che la Calabria si mantiene col residuo fiscale del Nord. Un costo colossale, per un prodotto, credetemi, datato, banale, che alla fine resterà impresso nella memoria di pochi, poiché si limiterà a riproporre, sulle reti televisive nazionali, le solite immagini, patinate, d’autore (anche se Muccino non è Terrence Malick), delle spiagge e dei centri storici più suggestivi, le inquadrature di nduja, clementine, caciocavalli e patate della Sila, gli immancabili alberi secolari del Pollino, i Bronzi di Riace e gli scavi di Sibari (che, tra l’altro, avrebbero urgente bisogno di una visita di Chiara Ferragni, poiché hanno più dipendenti che visitatori), che appartengono a una Calabria che esiste e resiste solo nella mente della gente che non piace più alla gente che piace. Insomma, poco, molto poco, per colpire il grande pubblico, che oggi predilige i messaggi che viaggiano sul web e che toccano argomenti che spopolano sui social, com'è, ad esempio, la moda. Perciò meglio sarebbe stato se la Santelli, o chi per lei, si fosse rivolta a esperti della bistrattata comunicazione via social, per ospitare un evento di moda, del tipo sfilata Dior a Lecce, dove, grazie a un direttore creativo d’origini salentine, Maria Grazia Chiuri, la maison francese ha presentato la nuova collezione cruise che si sarebbe dovuta vedere, non so dove, il 9 maggio scorso. Un evento meraviglioso, seguito, sui social, da ben venti milioni di spettatori, compresi i quattro milioni di follower di Chiara Ferragni. I quali hanno potuto vedere cose sorprendenti, che non dimenticheranno mai, come la cattedrale barocca di Lecce, le luminarie di Marinella Senatore, la popolare pizzica, diretta da un grande maestro, e i creativi di Dior, che per i loro abiti si sono ispirati ai tessuti artigianali, ai colori, ai modelli, ai corpetti, agli ori e ai ricami della tradizione salentina. Insomma, una magnifica serata, un'apoteosi di bellezza che ha rasentato la perfezione e della quale potremmo parlare e scrivere per ore senza annoiarci. Preferiamo, però, fermarci qui, senza fare a meno di ricordare che la moda, essendo un settore molto popolare, perché spopola tra i giovani e sui social, ma fuori dalla logica delle marchette politiche e dei parrucconi della cultura della masturbazione che odiano le contaminazioni (figuratevi come saranno incazzati dopo quello che è accaduto a Lecce dove la volgare moda è andata a braccetto col barocco), potrebbe trascinare anche la nostra infelice Calabria verso un futuro più roseo se solo qualcuno avesse il coraggio di coinvolgerla e magari non demonizzarla, come spesso si fa, forse perché a promuoverla sono le “indemoniate” e "volgari" influencer, coi loro milioni di seguaci, e non qualche strapagato e sciccoso "maestro" del cinema. Per cui, pensate cosa potrebbe accadere se solo la classe dirigente calabrese pensasse a un’operazione simile a quella leccese, magari convincendo qualche bravo stilista a utilizzare i tessuti, i colori, le trame, i corpetti e i modelli della tradizione arbereshe, che qui in Calabria, e in particolar modo nella Sibaritide, ha una forte identità culturale, e poi a mandare in giro Chiara Ferragni, Fedez e il loro carlino a promuovere l'evento. Sarebbe un colpo fenomenale e un esempio di come si può creare un brand mondiale senza buttare soldi o regalarli al Muccino di turno. E qui chiudo citando ciò che ha scritto un’attenta osservatrice dei fenomeni di costume e di moda alla fine di un pezzo sulla serata di Lecce e pubblicato sui social, ovviamente: “Le eccellenze, in Italia, ci sono tutte, l’eleganza pure e lo sappiamo, ma non ci ricordiamo una sola campagna pubblica dove questo sia parso evidente come in quei 27 minuti che hanno tenuto incollati ai video venti milioni di persone”. Alla faccia dei parrucconi indignati che credono che la Ferragni sia il diavolo in persona, che a volte veste Prada.