Redazione

Fatta salva l’esigenza di aspettare che si accertino i fatti prima di emettere un giudizio, il quadro che emerge dalle inchieste di queste ultime ore è sconfortante, poiché dimostra che le persone indagate nella vicenda White collar (pensate un po’ che fantasia, sarebbe come chiamare un’inchiesta sulla prostituzione “figa bollente”) per l’opinione pubblica, che ha già dato il via al passaparola d'ordinanza, seppur con tante perplessità visti i nomi coinvolti, altro non sono che i soliti mostri di cui parlare sulle spiagge, perché d’estate non si ha un cazzo da fare, le canaglie pronte ad approfittare delle disgrazie altrui (visto che si tratta di aste giudiziarie). Quanto desiderio di linciare i presunti carnefici sappiamo manifestare continuamente, magari dopo aver letto solo comunicati stampa e nient'altro. Quanto desiderio e anzi sete di processi sommari, di giustizia morale istintiva: dopo aver ascoltato ciò che dice la gente, si comprende che c’è la voglia di linciare pubblicamente i professionisti finiti sotto inchiesta, c’è la voglia d’incitare alla condanna di altri uomini, sempre più incalzante, sempre più trionfante, sembra davvero che la rivoluzione moralista innescata da quanti per qualsiasi cosa chiedevano "onestà, onestà" come tanti deficienti assassini dello stato di diritto, debba passare attraverso la distruzione di un essere umano, di molti esseri umani, innocenti fino a prova contraria, padri e madri di famiglia fino a prova contraria. Corruttori, ladri, delinquenti, farabutti. E chi, come noi, si sente a disagio di fronte a tanta sciatteria cieca, forse è complice del corruttore, del ladro. Anzi, chi si sente a disagio è già un farabutto. Non si può nemmeno distinguere fra giudizio morale e giustizia penale, perché durante i linciaggi non ci si può abbandonare alla riflessione, ai ragionamenti, ai distinguo. I diritti umani, la dignità delle persone, le garanzie costituzionali: tutto va a farsi fottere di fronte alla sete di colpevolezza e giustizia sommaria. Ma una cosa dovremmo averla imparata, anche se fra un minuto ricominceranno: i linciaggi li fanno sempre i peggiori: i mediocri, i rancorosi, i frustrati, gli invidiosi, gli ignoranti, i falliti. La giustizia è un’altra cosa. La giustizia in uno stato di diritto è forte perché è distaccata, imparziale, perché se non ci sono gli elementi per dimostrare la colpevolezza, assolve. Archivia. Libera, anche se ci vorrà del tempo, durante il quale dobbiamo metterci in testa che abbiamo sempre a che fare con dei galantuomini, fino a prova contraria. Il giudizio morale, che ognuno costruisce dentro di sé, è qualcosa di molto diverso. E poi c’è la gogna: la gogna inserisce il tuo nome tutti i giorni sulla rete, sui marciapiedi, sulle spiagge, la gogna insulta su Facebook, non ha bisogno di prove e non pensa mai, realmente, alle vittime, alle persone, alle famiglie, ai figli. Procede cieca e tronfia, infiammata, certa di cancellare il male e di ricostruire anche per sé, e per sempre, una coscienza pulitissima. Questa gogna fa paura perché impasta la violenza con un’idea morale di giustizia di massa, sommaria, un giacobinismo giustizialista a cui bisogna accodarsi per dimostrare di esserne degni, per non essere i prossimi. Ma la gogna è girevole, per cui a quest'idea di giustizia collettiva, d'ingiunzione collettiva, bisogna ribellarsi, anche in solitudine, magari chiedendo una specie di diritto all’oblio, per chi è indagato, prima che arrivi una condanna definitiva. Giusto per evitare di fare vittime innocenti. Questa sì che sarebbe una grande battaglia, di civiltà e di umanità. L’opinione pubblica di ciò se ne fotte, noi no. E diamo agli indagati, galantuomini fino a prova contraria, la nostra inutile solidarietà.