di Anton Giulio Madeo

Qualche giorno fa, per la prima volta dopo tanti anni, sono entrato nella piazzetta di Schiavonea e, a dire il vero, ne sono uscito inorridito. Non solo per la bolgia dei tanti giovani decerebrati, anche minorenni, che la invadono fino alle prime luci dell’alba, senza far nulla, per schiamazzare e intossicarsi con musica idiota e alcol (per non dire altro), ma per i locali, che hanno violentato uno dei luoghi più belli e caratteristici della nostra Marina. Che a memoria d’uomo era quello frequentato dalle famiglie, in cui trovavi quiete e baristi e gelatai coi fiocchi che ogni giorno facevano cose buonissime e straordinarie che i turisti e la gente dei dintorni conosceva e apprezzava. Infatti, ogni giorno in piazzetta tanta gente andava a prendere stupendi gelati, ottime granite e il famoso caffè freddo (da non confondere con la disgustosa crema caffè che ti rifilano oggi) di cui i baristi erano orgogliosi artefici. E possiamo dire che ogni giorno si compiva il miracolo, come fa l’artista, che non ti dà mai la stessa cosa ma la ricrea ogni volta daccapo. Ricordo che quei locali godevano di prestigio perché l’abilità dell’artigiano richiedeva la scelta del miglior fornitore e delle migliori materie prime e poi era gente che ci sapeva fare coi clienti, cui forniva qualcosa di pregiato, di unico, comprese attenzioni e cortesia. Questo tipo di lavoro, in cui l’artigiano impiegava la sua esperienza, la sua abilità ma anche le sue buone maniere, il suo ingegno e la sua volontà, generava un prodotto che era l’espressione di quelle persone e portava di conseguenza il loro nome. E quel nome diventava un marchio, un’identità. Infatti, c'era il gelato di Mastro Francesco e la granita al limone di Totonno Castagna, solo per citarne alcuni di quegli straordinari artigiani. Nella piazzetta di oggi, invece, al di là di qualche rara eccezione, non c’è più niente del genere e non si produce più una cosa che sia originale, genuina. I locali sono diventati l’ingranaggio di quel meccanismo complesso che si chiama divertimentificio, o meglio sballo, e i nomi dei gestori spariscono fra gli altri. C’è solo omologazione, noia, abitudine. Tutti fanno le stesse cose, magari scadenti e industriali perché le donne e gli uomini di oggi cercano il riconoscimento di identità al di fuori del lavoro, magari su Facebook, perché il lavoro è diventato una routine, una noia mortale. Non c’è da meravigliarsi, perché questo è lo spirito del tempo. Un tempo che si mette al brutto.