Redazione

Fidatevi, la vicenda della nave-quarantena che nessuno vuole nel nostro porto è l’ennesima dimostrazione di quanto sia diventato banale il dibattito sul tema dell’immigrazione, ormai sintetizzabile in un sì o in un no all’arrivo dei migranti. Tutto qua. Di come governare il fenomeno, invece, neanche a parlarne. Così uno dei temi caldi della politica è lasciato all’improvvisazione a alla retorica di leader mediocri che sull’immigrazione stanno costruendo fulminee carriere politiche. Noi, invece, da libertari convinti, pensiamo che l’immigrazione non si possa banalizzare, poiché è uno dei temi più importanti e delicati della società odierna, globalizzata, in cui gli uomini dovrebbero essere lasciati liberi di spostarsi ovunque e a loro piacimento, pur con alcune limitazioni. Perché, bisogna capire, che quando una merce si sposta interessa solo coloro che l’acquistano e la vendono, mentre diversa è la situazione di un individuo che lasci il proprio paese d’origine per venire a vivere qui da noi. In questo caso, infatti, egli inizia a usare strade, ospedali, scuole e altri beni pubblici che non ha in alcun modo contribuito a pagare, per cui è giusto che i cittadini pretendano misure a tutela dei loro beni collettivi. Se, ad esempio, gli abitanti di questa città sono costretti a finanziare con le loro tasse un gran numero di servizi pubblici, è ovvio che essi vorranno in qualche modo limitare l’accesso di tali beni da parte di soggetti esterni alla comunità che questi beni non li pagano. Oggi, emigrare significa spostarsi da uno stato all’altro soprattutto per motivi di lavoro. Perciò di fronte a un’ipotesi del genere si dovrebbe riconoscere a ognuno di noi il diritto di accogliere, ma anche quello di non accogliere, ovvero di non essere costretto a una coabitazione forzata e a un’integrazione non voluta. Nel momento in cui siamo costretti a vivere all’interno di sistemi pubblici scolastici, sanitari, dei trasporti e così via, è del tutto evidente che chi vuole esercitare il proprio diritto d’accoglienza e intende invitare in casa propria uno straniero dovrebbe allora farsi carico del fatto che quest’ultimo non gravi sulle spalle altrui. Dovrebbe almeno trovargli un lavoro e un’abitazione. Per cui il problema dell’immigrazione sarà tanto meno grave quanto più si riuscirà a ridurre l’area della proprietà pubblica. Se la maggior parte dei beni sono privati e i servizi sono per lo più finanziati da coloro che ne fanno uso, i rischi di essere vittime di un processo di parassitismo generalizzato caleranno di molto. Questo però non basta. Sappiamo bene che l’immigrazione è spesso accompagnata da fenomeni di criminalità ed essere comunque un problema di ordine pubblico. Per questo bisognerebbe proporre che ogni immigrato abbia, prima del suo arrivo, un vero e proprio invito da parte di un’impresa, di un’associazione o di un privato cittadino. Dovrebbe passare il principio per cui chi chiama uno straniero deve accettare due impegni: quello di sostenere privatamente l’immigrato in tutte le sue esigenze primarie e quello di assumere la piena responsabilità legale per le azioni commesse dal suo ospite durante tutto il periodo di soggiorno. Sarebbe del tutto evidente che un tale sistema di immigrazione a invito dovrebbe prevedere l’espulsione immediata di chiunque non rispettasse gli impegni presi. Così come sarebbe chiaro che il residente straniero dovrebbe essere costretto a lasciare il paese ospitante nel momento in cui chi l’ha invitato rinunciasse a ogni responsabilità precedentemente assunta e nessun altro cittadino accettasse di assumerla. Oggi, invece, è sconcertante notare che tutto ancora ruoti attorno al dilemma: sbarchi sì, sbarchi no. Una follia.