Redazione

Tra i molti spunti di riflessione offerti dall’inchiesta White Collar (e da tante altre che l’hanno preceduta) ce n’è uno molto importante che non è stato considerato e che riguarda un tema cruciale della nostra democrazia: tra i protagonisti dei tanti incredibili cortocircuiti della giustizia (che generano drammi umani indescrivibili) ci sono soprattutto i pubblici ministeri. Significa forse che i pubblici ministeri hanno una predisposizione naturale a commettere errori? Non diciamo idiozie. La nostra annotazione punta però a segnalare un tema che non può continuare a essere ignorato dalla politica che riguarda la falsità assoluta dell’obbligatorietà dell’azione penale. Infatti, la ragione per cui ci sono tante inchieste farlocche, forzate o fatte male nell’ambito dei nostri tribunali risiede proprio in un grande non detto presente all’interno della nostra democrazia: un giudice può essere bravo o può essere scarso ma alla fine non ha grande margine di discrezionalità e deve giudicare le prove. Un pm, a prescindere da quanto sia bravo o da quanto sia scarso, ha invece uno strumento discrezionale e arbitrario che il giudice non ha. In teoria, come tutti sappiamo, l’articolo 112 della Costituzione prevede che il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale e che tale principio permette di escludere margini di discrezionalità in merito all’avvio delle indagini e impedisce che il pubblico ministero riceva direttive, istruzioni o pressioni atte a incidere sulla sua attività. In realtà, come nessun magistrato faticherà ad ammettere lontano dalla ribalta mediatica, ogni procuratore ha la possibilità di selezionare a suo piacimento le sue priorità. E la potenziale discrezionalità di ciascun magistrato è stata in qualche modo ingigantita dalla politica che piuttosto che occuparsi di trovare un equilibrio tra potere legislativo e potere giudiziario ha contribuito a offrire ai magistrati nuovi strumenti per ampliare il proprio potere. Tempo fa Mario Cicala, esponente storico di Magistratura indipendente, disse che la magistratura italiana, proprio su questo punto, aveva due grossi problemi: “Oltre alla discrezionalità di celebrare i processi, vi è anche una discrezionalità del potere di indagine del magistrato che sceglie lui dove andare a cercare notizie di reato. Soltanto partendo da questa constatazione può iniziare un dibattito che farebbe abbandonare miti vuoti come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale”. Ecco: non si può capire quasi nulla degli orrori che avvengono nelle procure senza comprendere che il vero peccato originale della nostra giustizia riguarda non la presenza di un magistrato un po’ furbacchione e molto disinvolto. Riguarda qualcosa di più importante: la consapevolezza che ogni magistrato può potenzialmente rallentare o velocizzare un’indagine in modo del tutto discrezionale (con tutte le conseguenze che ciò comporta), con la conseguenza che c’è un intero paese ostaggio del falso dogma chiamato obbligatorietà dell’azione penale. E ciò avviene sotto gli occhi di una classe dirigente, politici in testa, che non facendo nulla per affrancarsi da questa ipocrisia ci consegna un paese destinato a essere governato a lungo da una repubblica giudiziaria fondata sul processo mediatico, sulla gogna preventiva e sulla discrezionalità dei pm. Un paese serio, di fronte a ciò che accade nelle procure, dove capita di vedere onesti cittadini trattati come i peggiori criminali, dovrebbe discutere di questo. Il resto, con tutto il rispetto, è solo fuffa.