di Teodoro F. Klitsche de La Grange

Eccoci qua, a commentare ancora il mitico Pino Aprile, che in questi giorni è in libreria con un volumetto che aggiorna ai tempi del coronavirus la sua idea-ossessione del Nord cattivo contro il Sud buono. E anche stavolta, credetemi, la spara grossa, anzi grossissima, perché dice che il Sud si sarebbe preso la sua rivincita sul Nord, sfruttatore e criminale, essendo riuscito a contenere meglio la pandemia, a cominciare dalle residenze per anziani e dal malefico Pio Albergo Trivulzio (dove tutto cominciò). Ora, credetemi, sarei affascinato da questa tesi se non fosse che il signor Aprile nel suo libro fa a meno di ricordare i numeri, che sono impietosi, perché la percentuale di morti nelle RSA del Nord pur essendo alta rispetto al resto d’Italia (e vorrei vedere con la longevità che si ritrova) è assai minore rispetto a quella di tanti altri paesi civili (leggere i dati raccapriccianti di Francia, Spagna, Belgio, Svezia, Norvegia, Scozia e Canada, pubblicati dall'OMS, per farsene un'idea) e che il Sud ha una densità di popolazione e di attività produttive in media più bassa rispetto alle regioni del Nord dov’è scoppiata l’epidemia, per cui maggiori sono le interconnessioni tra i territori e tra questi e il resto del mondo, maggiore è il rischio d’infettarsi. Infatti, è molto più facile che un virus che arriva dalla Cina, magari incontrollato per via della coglioneria di chi ci governa, si diffonda in Lombardia, che ha numerosissimi rapporti di scambio con l’oriente e molte persone che ogni giorno si concentrano proprio in quell'area (la città metropolitana di Milano, ad esempio, ha una densità di 2081 abitanti per kmq), piuttosto che in Calabria (densità 121 abitanti per kmq), dove, per via della desertificazione urbana in atto, questi rapporti sono bassi o prossimi allo zero (d'altronde chi cazzo volete che venga in Calabria). Inoltre non bisogna dimenticare il clima e la morfologia del territorio, che potrebbero aver influito, seppur di poco, sulla minore diffusione del virus al Sud. E poi, che dire dell’efficienza della sanità meridionale, che avrebbe limitato la diffusione del virus. Un capolavoro, che, però, sta solo nei pensieri e nelle speranze di Pino Aprile. Il quale, probabilmente, non conosce gran parte degli ospedali del Sud e chi li gestisce, dove oltre a essere stato difficilissimo avere i tamponi e i famosi dispostivi di sicurezza (che a dire il vero sono mancati dappertutto), non si sono mai visti né il personale né i reparti né i servizi (a cominciare dalla medicina territoriale) adatti ad affrontare l’epidemia, che fortunatamente è stata lieve essendo arrivata molti giorni dopo lo tsunami settentrionale che aveva costretto il governo a chiudere alcune regione del Nord. Per cui il Sud, nonostante una sanità di merda, ha potuto evitare il peggio chiudendosi e isolandosi per tempo. Pensate se a febbraio il virus invece che a Codogno, Nembro, Alzano e Vo’ Euganeo si fosse scatenato a sorpresa e con quella potenza in qualche città della Calabria o dell’entroterra campano o siciliano cosa sarebbe accaduto. Ci sarebbe stata una carneficina, visti gli ospedali e la sanità territoriale che si ritrovano da quelle parti, altro che rivincita del Sud. Lettura analoga, poi, si potrebbe dare della solita litania sui territori forti che non possono lasciare indietro quelli più deboli e sull’ingordigia del Nord, che continuerebbe a sfruttare e ad affamare il Sud. Qui bisognerebbe invitare Pino Aprile a farla finita con questo vittimismo e a spiegare ai suoi lettori che il Sud, negli anni, tra interventi ordinari e straordinari è stato sussidiato, risarcito e finanziato abbastanza e abbastanza a lungo (solo la Cassa per il Mezzogiorno ha ingoiato 430 miliardi di euro), e che oggi il Nord, col suo residuo fiscale mostruoso (si pensi che le sole Lombardia, Veneto e Emilia Romagna hanno, grazie al loro lavoro, un residuo fiscale annuo di circa 100 miliardi di euro), è stanco di continuare ad “aiutare” un Sud che di questi soldi (compresi i fondi comunitari) ha fatto e fa cattivo uso, sprecandoli a vantaggio delle varie mafie, clientele politiche comprese. Per cui l’unica cosa seria che Pino Aprile avrebbe dovuto (e dovrebbe) consigliare alle popolazioni del Sud, soprattutto quando dice che sarebbero prossime alla secessione (minacciata se il malvagio Nord continuerà ad affamarle), è l’autogoverno e cioè quel federalismo, concorrenziale, che permetterebbe al Sud di cavarsela finalmente da solo, farcela coi propri mezzi, e accantonare così definitivamente quello statalismo comunista che lo sta distruggendo; quel federalismo che tra l’altro farebbe bene a tutti i territori, essendo l’Italia un paese fatto (male) secondo i criteri centralisti dello stato francese. Perché, e su questo Aprile ha ragione, fu la “piemontesizzazione”, insieme coi massacri di cui furono protagonisti, il principale errore che i piemontesi commisero in occasione dell’unificazione: sottovalutarono la diversità delle comunità italiane e poi ebbero la presunzione di considerarla un disvalore. Infatti, unire l’Italia inseguendo idee francesi fu una pazzia, ma ancora più folle fu l’illusione, dei protagonisti di quella stagione, che fosse possibile, e raccomandabile, piallare le differenze, consolidando tutta la penisola in uno stato rigidamente centralizzato (com’era del resto, ma su tutt’altra estensione territoriale, il Regno di Sardegna). Per evitare altri guai sarebbe bastato puntare sul modello istituzionale inglese o addirittura americano (autonomista se non federalista), che con una maggiore articolazione di una penisola priva di unità antropologica, culturale, economica e politica avrebbe garantito ai meridionali quell’autonomia che in futuro si sarebbe trasformata in autogoverno. E il signor Aprile questo dovrebbe saperlo, così come dovrebbe sapere che non solo tra gli intellettuali meridionali dell’epoca si aprì un acceso dibattito su che forma istituzionale dare al nuovo stato. Fu addirittura Cavour a sostenere che il più grave problema da affrontare restava quello di creare un modello di stato capace di unire e non semplicemente di unificare popolazioni divise da realtà storiche, politiche, culturali, produttive. L’Italia sarebbe stata una “corbelleria”, sosteneva Cavour, senza realizzare questa unione dal basso e se a essa si fosse voluto dare corpo sovrapponendo al tessuto policentrico della Penisola le normative statali piemontesi o procedendo a una centralizzazione autoritaria di tipo bonapartista. Per fortuna al Sud c'è molta gente che tutto questo lo ha capito perfettamente e sa che l'autogoverno, che implica rischio, responsabilità, riduzione del potere politico e fine di ogni illusione statalista, è l’unico modo per uscir fuori da questa brutta situazione di arretratezza. Checché ne dica e ne pensi Pino Aprile.