Redazione

A che serve, oggi, indicare come i veri responsabili di un nuovo probabile lockdown i cittadini, colpevoli di essere ritornati, in estate, alla vita normale, piuttosto che gli incapaci che ci governano, che hanno avuto tanti mesi per prepararsi alla cosiddetta prevista seconda ondata dell’epidemia e non l’hanno fatto? A niente, se non a far sì che nessuno capisca che questi dementi del governo (o dei governi, se consideriamo anche le regioni) hanno sprecato il periodo che va da maggio a settembre occupandosi di cose secondarie (come, ad esempio, il bonus monopattini e i banchi a rotelle), senza concentrarsi su come fare più tamponi, aumentare i posti di terapia intensiva, disporre di più vaccini antinfluenzali, organizzare il trasporto pubblico in maniera diversa, creare un sistema per isolare il virus che non preveda un nuovo lockdown. Ecco perché, ora, questi deficienti, non sapendo da dove cominciare, fanno l’unica cosa che sanno fare: colpevolizzarci e richiuderci di nuovo dentro, sapendo che non ci ribelleremo, essendo spaventati a morte dal clima di terrore che hanno creato. E allora, se la realtà è questa, chi può salvarci da quest’epidemia di stupidità rispetto alla quale quella da Covid è meno che un raffreddore? La risposta è semplice: John Galt. Il personaggio di Ayn Rand, protagonista del romanzo La rivolta di Atlante. Un uomo “che in una realtà distopica fortemente statalizzata e in un mondo soggetto alla più grande crisi economica della storia, si ribella alla decisione degli stati di rimediare a tutto mediante misure che mirano esclusivamente ad aumentare il controllo dello stato sui cittadini, mettendo in atto un grande piano di scomparsa dei geni dalla società. Una forma di sciopero intellettuale, che punta a convincere le persone che finora sono state solo sfruttate dalla collettività attraverso l’imposizione statale e non normali accordi da libero mercato, a rinunciare al loro lavoro, facendo cadere la società in un baratro nel quale tutti capiranno la loro importanza rispetto a quella dei politici di professione”. E John Galt, credeteci, oggi, ai tempi del coronavirus, come ne La rivolta di Atlante c’è e sta in ognuno degli imprenditori e dei professionisti che contribuiscono a reggere le sorti di questo disgraziato paese. Ceti produttivi su cui bisogna puntare per superare la fase di follia collettiva che stiamo vivendo, in cui chi ritiene, come noi, che il lockdown sia un errore e che peraltro serva a poco a combattere la pandemia (vedi i dati della Svezia) è in netta minoranza, poiché il 74 per cento degli italiani è così spaventato da volere ancora la chiusura del paese. E in questo 74 per cento è racchiuso, lasciatecelo dire, il peggio dell’Italia: parte di impiego pubblico, di imprenditoria sovvenzionata e assistita, di percettori di reddito di cittadinanza, di pensionati. A questi che l’Italia si avvii verso un tragico, e irreversibile, declino, importa poco, perché ad assicurare i loro bisogni c’è la mano protettrice dello Stato. L’Italia dei produttori dovrebbe invece insorgere, perché è quasi certo che un nuovo lockdown le darà il colpo di grazia. Perché non lo fa? Perché fatica a organizzarsi e a trovare una propria rappresentanza politica. E perché la pressione psicologica della gente che chiede la chiusura è enorme. Ma se chi produce non si farà sentire, la via è segnata, anche e soprattutto per il peggio della società italiana, che vive grazie alle tasse del popolo produttivo. Auguri.