di Raffaele Corrado

In questi ultimi giorni sono usciti, quasi allo stesso tempo, diversi articoli sullo “spot promozionale” che Gabriele Muccino ha dedicato alla Calabria. Quasi tutti, forse con l’unica eccezione della nostra Signorina Z, sono stati critici col lavoro del regista di Sette anime: lo hanno giudicato dannoso per l’immagine della Calabria, perché fatto male, troppo costoso, pieno di anacronistici luoghi comuni, del tipo bergamotto, asino e coppola, privo delle vere bellezze, naturali, storiche e culturali che la Calabria possiede. Insomma, sono stati articoli in cui gli autori, forse un po’ distratti e frettolosi, hanno visto Muccino come un regista superficiale, lontano dal nostro tempo e dalla realtà e quindi disfunzionale rispetto al processo di modernità e rinnovamento che questa regione ha vissuto e sta comunque vivendo. Sono state delle vere e proprie stroncature, che ci spingono, però, a fare un’osservazione: ma siete proprio sicuri che Muccino, e la compianta Jole Santelli, volessero solo uno spot di promozione turistica della Calabria? Noi pensiamo di no, perché il cortometraggio (che, badate, non è uno spot) più che ai turisti è forse rivolto proprio ai calabresi. Ai quali, il regista romano, con la sua opera, ha rivelato una cosa fondamentale, che ormai i calabresi (e un po’ tutti i meridionali) hanno dimenticato e allontanato dal loro orizzonte culturale e umano: l’amore. Forse, a molti non piacerà ammetterlo, perché sono ingessati mentalmente e concentrati sui costi e sull’estetica del cortometraggio, ma ciò che Muccino ha detto, con un misto di accortezza e ingenuità infantile, attraverso quelli che i critici hanno sbrigativamente definito luoghi comuni, è che la Calabria e il Sud possono uscire dal baratro morale e civile in cui sono caduti solo con l’amore: per la propria terra, per la famiglia, per i valori della tradizione, per un tempo in cui l’amore era amore coniugale e dedizione alla famiglia, era amore che si trasformava in duro lavoro, umiltà, rispetto per le cose e le persone e spirito di sacrificio, che significavano ancora qualcosa e che ci hanno portato fuori da momenti terribili, come il secondo dopoguerra, la fame, le calamità naturali. Ecco, Muccino si è comportato come un bambino che fa gaffe in pubblico perché dice la verità. I suoi critici potranno ribattere benissimo che, distratto dai soldi, forse si è impegnato poco e non si è accorto cosa stava facendo, ma il punto è: chissenefrega, perché lo ha fatto emozionandoci e noi gli siamo grati per aver nutrito, con una fotografia d'altri tempi, la nostra anima restituendoci così l’innocenza e la dimensione umana e morale del vivere. Perché quando descrive, con l’immagine di luoghi incontaminati e magici, scorci fiabeschi della nostra terra, non è banale, perché ci invita a sognare, a tornare indietro nel tempo, e a mettere così da parte una visione tutta meridionale della realtà, e quindi della modernità, basata sul brutto e su bestiali istinti, che vanno avanti da decenni e che hanno deturpato un territorio bellissimo, che può praticare solo chi non ama e non ha riguardo delle cose amate. E lo stesso fa quando ci mostra il mare e la campagna, che puoi sentire tuoi e proteggere dalla violenza solo se li ami, come faceva l’uomo d'altri tempi, quello con la coppola e l’asino per capirci, che nel corto simboleggia volutamente la fatica e l’umiltà del duro lavoro con cui un tempo, quando non si viveva di espedienti o di ogni forma di criminalità, si portava a casa di che mangiare col sudore della fronte e col frutto di ciò che si sapeva conservare e rispettare, oppure quando si sofferma sulla figura della signora che dal balcone di una vecchia casa, che si affaccia su una piazza bella e utile per la sua umanità, saluta il protagonista del cortometraggio con affetto, chiamandolo per nome e facendolo così sentire parte di una comunità, o meglio di un’unica famiglia. Ecco, tutto ciò non è banale, non è luogo comune, non è offensivo, non è vecchio e stantio. Tutto ciò è calore, valore senza tempo, emozione: tutto ciò è amore, che poi è l’unica forza assoluta capace di muovere il mondo e cambiare davvero il corso delle cose, soprattutto in una regione che pare sempre più immobile e uguale a se stessa e, questo sì, distrutta dai luoghi comuni che, senza amore e passione, su di essa si allungano come ombre minacciose. Quelle ombre che un tempo spinsero il settimanale tedesco Der Spiegel a descrivere il Sud con l’agghiacciante immagine di una pistola su un piatto di spaghetti. Quello sì un luogo comune che fa male, e che forse ci siamo meritati, contro cui Jole Santelli combatteva, anche grazie a un cortometraggio sull’amore per la propria terra che potrebbe essere il suo testamento spirituale.