di Raffaele Corrado

Incontro, per strada, uno dei tanti professionisti cazzoni di questa città, che avendo l’hobby della politica, che per questa gente grassa e banale pare abbia sostituito il biliardo del casino d’unione, mi chiede cosa pensi della fusione Corigliano – Rossano, che, a suo avviso, sarebbe una grande opportunità per il territorio, poiché creerebbe migliaia di posti di lavoro, ovviamente nel pubblico impiego. Non lo mando a cagare per pura pietà francescana, perché penso si debba rispetto oltre che agli uccelli anche ai coglioni. Così, con grande pazienza, questa volta certosina, provo a spiegargli che fusione non vuol dire attirare (o conservare) uffici pubblici che creano posti di lavoro improduttivi, ma attirare investimenti privati che la ricchezza invece di distruggerla la creano sul serio. Una faccenda delicatissima, che non si improvvisa dall’oggi al domani, che si potrebbe affrontare solo attraverso un piano strategico di politica economica “territoriale”, frutto di idee, di studio e soprattutto di un duro lavoro di collaborazione e confronto tra vari soggetti istituzionali, e non solo, del territorio, che così avrebbero il compito di fissare le caratteristiche programmatiche del sistema economico, in cui sono racchiusi produzioni, servizi, imprese, lavoratori e occupazione. Da noi, purtroppo, non si è mai andati in tale direzione, né si cerca di andarci ora in prospettiva fusione. Qui ognuno è andato per conto proprio, suicidandosi, perché lavoro, investimenti, imprese, attrattività, ambiente non possono trovare soluzione ai loro problemi se non si indicano scelte strategiche comuni, per cui d’ora in poi, se proprio si vuole parlare di città unica, le domande cui dovrà rispondere la nostra classe dirigente saranno del tipo: per cosa, come e dove produrre, quali servizi realizzare, a quale tipo d’impresa ambire, dove e come attingere le necessarie risorse pubbliche e private. E per farlo, o per comprendere meglio l’esigenza di una nuova strategia città-territorio per produzioni e servizi, basta soffermarsi sulla crisi dei due settori a maggior incidenza per la formazione della nostra ricchezza e per il numero di occupati, l’agricoltura e le costruzioni, entrambi fondamentali per oltre mezzo secolo. Ebbene, la politica economica territoriale dei prossimi anni dovrà identificare nuovi filoni per produzioni e servizi, e di riflesso per l’occupazione, in grado di compensare gli esorbitanti cali dei due settori tradizionali della nostra economia. I dati che arrivano dagli ultimi anni dicono che per rilanciare produzioni e occupazione bisogna concentrarsi su settori vitali, che sono tra l’altro alla nostra portata, quali l’agro alimentare 4.0 e l’artigianato di qualità e soprattutto il turismo, non solo culturale, e all’interno di questi identificare le risposte da dare alla crisi e al dopo crisi in chiave di città unica. Potenziare la struttura ricettiva e aumentare l’attrattività del territorio, ad esempio con forti investimenti pubblici e privati, è fondamentale dal punto di vista turistico, così come coordinare presenze e presentazioni in giro per l’Italia e il mondo delle nostre peculiarità è indispensabile. Ma l’attrattività del nostro territorio, tutto, deve essere la cornice di un piano strategico di politica economica (oltre che urbanistico), al cui interno debbono emergere maggiori investimenti e sostegno per i settori economici a forte espansione, e minori per quelli le cui performance sono deludenti, con la riconversione occupazionale verso i vincenti e verso i servizi. E’ ovvio che la breve sintesi che abbiamo fatto richiede ben altro approfondimento e impone di coinvolgere nella stesura del piano le categorie economiche (quelle serie, che vogliono vivere di mercato e non di sussidi ed elemosine), la politica, l’università, in modo che ciascuno di loro possa mettere sul tavolo le proprie ricette per dare concretezza al piano e renderlo coeso, redditizio e duraturo. Pensare di percorrere sentieri disuniti tra loro, per rianimare la nostra economia, è un azzardo che non ci possiamo più permettere. La risposta alla grave crisi che stiamo attraversando, che non è solo economica, deve avere nella crescita e nella voglia di fare il suo fondamento. Correggere gli sprechi e ridurre il peso della burocrazia e del fisco, sostenere le imprese private serie ovunque esse siano, armonizzare i costi e i tempi del sistema pubblico e renderli omogenei a livello territoriale è importante, ma senza un piano strategico di politica economica unico non può esserci sviluppo. Bene sarebbe che le categorie economiche più forti e rappresentative appoggiassero decisamente questa causa, sulla quale si gioca il nostro futuro e il futuro dell’idea stessa di fusione. Altro che posti di lavoro improduttivi.