di Edilberto de Angelis

Qualche buontempone, una volta, sosteneva che la civiltà di un popolo si misurasse da come tratta i propri cessi (pubblici). Qualcun altro, invece, con tono più serioso, da come tratta le proprie donne e i propri bambini. Io, che di solito di donne, cessi e bambini ne ho fin sopra i capelli, ritengo che la civiltà debba andare a braccetto col rispetto degli ospedali e di chi li frequenta. Per cui, non ho nessun dubbio a sostenere che il popolo rossanese per come tratta il proprio ospedale sia lontanissimo dall’essere un popolo civile, quindi non il miglior candidato per affrontare, con i coriglianesi, nei mesi a venire, un percorso di fusione.

Me ne sono convinto nelle ultime settimane, in cui ho bazzicato il Giannettasio. Un ospedale da schifo, sporco, fatiscente, mal gestito e poco indirizzato, in cui quasi tutti i reparti (con le lodevoli eccezioni di medicina, oncologia e cardilogia, dove ci sono primari, medici e infermieri, responsabili e di ottimo livello professionale, che li tengono efficienti e a lustro) sono preda di sporcizia, pressappochismo e disorganizzazione. Infatti, per come vi mostriamo in alcune foto, qui pubblicate, non è difficile trovare stanze, corridoi, spazi comuni, termosifoni e bagni luridi, attrezzature e mobili vecchi, addirittura ammassati su lettighe, pareti annerite dalla muffa e scrostate, pavimenti traballanti, soprattutto nei reparti e negli ambulatori di chirurgia (uno dei peggiori), ortopedia, otorinolaringoiatria, radiologia (che pur essendo stato da poco ristrutturato ha ancora i bagni dei pazienti in pessime condizioni).

Così com’è facile imbattersi in un pronto soccorso da incubo (dove di recente pare abbiano avvistato barelle nei corridoi e topi), in qualche dipendente arrogante e maleducato, che se gli chiedi un’informazione o di farti una prenotazione è già tanto che non ti meni, o in pazienti del laboratorio analisi che con le provette in mano si spostano da una stanza all’altra in attesa di un prelievo. 

Un’indecenza, dunque, che rischia di sconfinare nel ridicolo se solo si pensa alla spocchia e alla presunzione, da primi della classe, con cui i rossanesi (medici e politici in testa) hanno sempre trattato la sanità coriglianese, ritenuta inefficiente e disorganizzata, quindi degna di essere spogliata, accorpata, smembrata e massacrata per ogni minima cosa, a tutto vantaggio (ovviamente) della vicina Rossano che, secondo alcuni, disponeva di un grande ospedale. Eppure, se solo oggi si visitasse il Guido Compagna, e in particolar modo alcuni suoi reparti, come quello di chirurgia, dove l’ex primario Mario Guarascio ha lasciato un’ottima equipe di professionisti motivati (Arnone, Reale a altri di cui mi sfugge il nome) che lavora sodo in sale operatorie all’avanguardia, quello di medicina (dove l’ala storica è stata interamente ristrutturata dall’attuale primario Luigi Muraca), quello di urologia (vedi alla voce De Luca e Caruso), quello di radiologia (dove c’è una TAC di ultimissima generazione, in mano a medici giovani e preparati come Canadè, Sosto e Stamati) o addirittura gli ambulatori, si resterebbe stupiti, poiché la differenza c’è e si vede, nonostante lo sport preferito dai coriglianesi sia il “tafazzismo”, che è come dire tagliarsi i coglioni per far dispetto alla moglie. Certo, anche al Compagna molte cose sono da migliorare o da rifare, soprattutto a livello organizzativo, ma siamo convinti che la classe dirigente della città, in presenza di un quadro come questo, potrebbe farsene carico, magari coinvolgendo i poveri rossanesi, che oggi, visto lo scandaloso ospedale che si ritrovano, e non potendo più gettare la croce sulla popolazione di Corigliano, dovranno per forza di cose essere più collaborativi e meno arroganti, in modo da dimostrare che la sanità sarà il vero banco di prova del processo di fusione, che potrebbe così partire da una specie di patto per la salute, su misura per i nostri due ospedali, in cui inserire standard sanitari comuni civili e accettabili. E’ questo il modo. Anche di aiutare concretamente il territorio a darsi una mossa. Le prediche e le reciproche accuse non servono più, neppure alla propaganda politica.