di Raffaele Corrado

Prendete una scuola superiore non qualsiasi, ma una di quelle toste, che dovrebbe formare, anche dal punto di vista caratteriale e morale, la classe dirigente del domani, tanto per capirci. Metteteci dentro presidi coglioni e senza palle, alcuni insegnanti ignoranti e nullafacenti e qualche maestrina brutta e frustata (del tipo moglie acida e vendicativa, perché mal scopata) e avrete un quadro più che completo della cattiva società che stiamo costruendo, attraverso scuole che non ispirano sapere, fiducia e valori forti e non preparano le nuove generazioni ad affrontare la vita in maniera seria e determinata.

Niente di nuovo sotto il sole, direte. Ne sono più che convinto, solo che, in questo periodo, in cui i nostri pargoli affrontano i famigerati e inutili esami di maturità, la delusione che abbiamo dentro si trasforma in rabbia e umiliazione. Che scoppiano, sotto forma di sfogo violento, tutte le volte che dalle cronache e dalle strade esce fuori il dramma di scuole ormai in fin di vita, ridotte a officine d’ignoranza e a sudici centri di malaffare.

Infatti, capita sempre più spesso, durante l’odissea della maturità, che si incontrino ragazzi con curriculum disastrosi, al limite della deficienza più che dell’insufficienza, che hanno trascorso il periodo scolastico a prepararsi sulla Gazzetta dello sport piuttosto che su Tacito, che per miracolo si ritrovino con voti finali alti, mentre quelli dai curriculum esemplari, che hanno buttato il sangue sui libri, con passione, abbiano voti bassi, al di sotto delle attese. Ora, a meno che i somari non siano dei geni incompresi (anche Einstein fu bocciato in matematica), ritengo tutto ciò una vergogna, soprattutto per le reazioni, devastanti sul piano psicologico e delle motivazioni, che i ragazzi diligenti e studiosi avranno alla fine degli studi, quando magari asini e furbastri da quattro soldi (quelli che hanno copiato i compiti di italiano e latino, tanto per non farci mancare nulla) si faranno beffa di loro, poiché, in maniera miserabile e dopo averli invidiati per un intero ciclo scolastico, gli volteranno le spalle, rinfacciandogli di essere stati dei veri e propri cretini a sgobbare durante gli anni precedenti, invece di cazzeggiare, farsi le canne e andare alle feste a tirarsi giù le mutande davanti al primo arrivato, perché il risultato è stato lo stesso: all’esame finale, voti alti per tutti, tranne che per loro, poveri illusi del merito che s’aspettavano il 100 finale.

Potrei fare duecentomila esempi sul genere, evito, poiché qui ciò che m’interessa non è il caso personale, del raccomandato o del coglione lasciato a copiare, dal telefonino miracolosamente comparso in classe, da commissari disonesti, compiacenti o indifferenti, ma l’esempio negativo e diseducativo che ne vien fuori: e cioè che chiunque possa pensare che menefreghismo, superficialità, furbizia e ignoranza paghino più del sacrificio e dell’impegno, visti i risultati. Ecco, questi sono i momenti in cui c’è voglia di fare una strage, stile jihadisti. Anche se poi mi rendo conto che sarebbe utile un’altra reazione: quella di genitori e ragazzi, vittime di una scuola ingiusta che premia i cialtroni e i figli di puttana e non i capaci, gli onesti e i meritevoli, come vuole la costituzione (che è la più bella del mondo solo quando fa comodo), che dovrebbero smetterla di sembrare tutti felici, contenti e rassegnati alla fine della maturità, con i soliti sorrisetti di circostanza giusto perché l’incubo è finito e non bisogna guastarsela con nessuno. Nossignore, qui ci vogliono genitori e ragazzi vigili, con le palle, che lottano, con tutti i mezzi, per la giustizia e i loro diritti. E ciò per evitare che un’intera società vada a farsi fottere, adeguandosi a un modo di pensare bastardo, mediocre, che disincentiva i giovani a studiare, a lavorare, a lottare e a sacrificarsi per vivere. Perché se è premiato tanto chi fa bene come chi fa male, a che serve allora darsi da fare? A che serve cercare di costruire una società migliore, in cui nelle professioni e nei mestieri emergano solo e sempre i più bravi?

Ecco ciò che serve: genitori e ragazzi incazzati, che credano ancora nei valori dello studio, del lavoro, del merito, della preparazione; che credano ancora nelle vocazioni, nei talenti, nelle passioni di una vita, nei sogni, che non possono essere mortificati o spenti da qualche preside coglione o dalla professoressa insoddisfatta che cerca refrigerio tra le gambe di qualche collega, che spesso li abbandonano, li ignorano, li sprecano, li mortificano, perché sono pieni di rancore personale verso una vita arida che a loro ha riservato solo fallimenti professionali e affettivi.

Io spero che qualcuno prima o poi abbia un sussulto di dignità e d’orgoglio. Che si dedichi a questi ragazzi, li valorizzi, li aiuti a dare sempre il meglio di se stessi, apra loro le porte della conoscenza, oggi unica chiave per accedere al mondo globalizzato del lavoro e della felicità. C’è la necessità di contrastare la tendenza alla mediocrità e al nulla. Dobbiamo far capire loro che il successo bisogna meritarselo, con sacrificio, impegno e spirito di dedizione, altrimenti faranno la fine di certi loro insegnati, che hanno distrutto questa povera terra e la sua voglia di riscatto. Pensateci. Non bisogna demordere. La battaglia è appena all’inizio.