Redazione

Ha ragione Salvini, quando dice “che di fronte a certa infame violenza”, come l’omicidio efferato della 44enne imprenditrice calabrese Maria Chindamo, gli viene qualche dubbio sulla pena di morte? Forse sì, se si pensa che più di un dubbio, su questo argomento, sta sorgendo nella nostra opinione pubblica, visti i consensi e le reazioni positive che la riflessione del leader della Lega ha scatenato sui social, anche per via del forte legame che esiste tra questa scelta e quella che dovrebbe essere la funzione della pena. La quale, normalmente, può essere di due tipi: rieducativa (e cioè mirare al pentimento, e al recupero, del reo) o deterrente-difensiva (utile a evitare nuove minacce all’incolumità delle persone e della società). Tuttavia, accanto a queste c’è una terza funzione: quella retributiva, che essendo molto legata alla tradizione cattolica spiegherebbe il favore che la pena di morte incontra nella nostra società. Infatti, se ne occuparono San Tommaso d’Aquino (nella “Somma Teologica”) e il Catechismo della Chiesa cattolica. Essa è il corrispettivo, “proporzionato”, del male commesso dal reo, che “ristabilisce la giustizia”. In poche parole, il reo deve subire una pena afflittiva per scontare il male che ha compiuto. Ed è detta afflittiva perché “avendo il reo prevaricato con la sua volontà e la sua libertà sulla volontà e la libertà dei suoi simili, la pena che gli s’impone di subire deve affliggere la sua volontà e la sua libertà per riequilibrare il male che ha compiuto” (Tommaso, “Somma Teologica”). C’è dell’altro. Il reo, prevaricando “sui suoi simili, ha abdicato alla propria dignità” (Tommaso, “Somma Teologica”), perciò la pena, facendogli espiare il male compiuto, gli restituisce la dignità perduta. Ciò significa che esiste un diritto-dovere dello Stato a punire il reo, ma anche un diritto del reo a essere punito. E allora ci si chiede, con San Tommaso, qual è, in questo caso, la differenza con la vendetta? Semplice: la vendetta vuole danneggiare il reo, la pena retributiva invece vuole semplicemente ridare dignità al reo. E ancora, qual è la differenza con la legge del taglione? Altrettanto semplice: la pena dev’essere proporzionata, e cioè guardare oltre che ai fatti anche alle intenzioni, alla consapevolezza, alle circostanze, alla premeditazione e, soprattutto, non deve riguardare altre persone ma solo il reo. Ma il cristianesimo non dice di perdonare? Certo, ma nel sacramento della confessione al peccatore s’infligge la penitenza, che non ha una funzione rieducativa, ma solo retributiva. Così come nell’inferno, che perdurerà anche dopo la fine del mondo. Per cui è chiaro che dopo la fine del mondo la pena dell’inferno non può avere una funzione rieducativa o preventiva, ma solo afflittiva. “Coloro che peccano contro Dio devono essere puniti non solo con l’esclusione perpetua dalla beatitudine, ma anche con delle pene afflittive”. Dal punto di vista retributivo la pena, quindi, dev’essere proporzionata al male compiuto, perciò non possiamo escludere che esistano crimini particolarmente efferati, come quello ricordato da Salvini, che solo la pena di morte può riequilibrare. Lo scriveva anche Tommaso: l’uccisione di un uomo “può essere ordinata sia all’esecuzione della giustizia (pena di morte) sia all’appagamento dell’ira (vendetta)” nel primo caso si avrà “un atto di virtù, e nel secondo un atto peccaminoso” (“Somma Teologica”). Qui Tommaso chiarisce una cosa molto importante in etica: atti fisicamente identici possono essere diversi dal punto di vista morale. E’ ovvio che la possibilità d’infliggere la pena di morte a un uomo può verificarsi solo quando si può provare, senza ombra di dubbio, che il reo fosse veramente consapevole della malvagità di ciò che stava facendo, quando fosse libero, eccetera. Ancora: la pena di morte può essere una forma di legittima difesa praticata dallo Stato nei confronti di un criminale. Così, pur essendoci identità fisica tra l’omicidio e la legittima difesa, dal punto di vista morale c’è una grossa differenza. Altre obiezioni. Si dice: ma la vita umana è un bene indisponibile. In realtà ogni pena colpisce un bene, che è indisponibile a meno che io non mi sia meritato una pena. Lo Stato ha forse il diritto di disporre della mia libertà o dei miei beni? Certamente no, a meno che io non abusi e mi meriti una pena: “chi deve farlo in forza del suo ufficio può lecitamente punire o anche uccidere i malfattori” (Tommaso, “De Caritate”). Se la pena di morte fosse un assassinio di Stato, allora la prigione sarebbe un sequestro di Stato. Si dice: solo Dio è padrone della vita, quindi l’uomo non può toglierla a un altro uomo. Risposta: Dio è padrone della vita come della libertà e di tutta la persona di chiunque. Un giudice onesto amministra la giustizia come rappresentante di Dio, da cui proviene ogni potestà (“omnibus potestas a Deo”, dice Paolo). Per questo motivo sia l’Antico sia il Nuovo Testamento ammettono la pena di morte. Tuttavia, si legge nel Catechismo, la pena capitale è lecita solo “quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita degli esseri umani”. Perciò, se “i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi”. Pertanto oggi “i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” (si legge nell’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II). Per cui, dal punto di vista difensivo, la pena di morte non sarebbe più necessaria per la difesa della società. Anzi, secondo la “nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica”, voluta da Papa Francesco, la pena di morte è stata dichiarata inammissibile “perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Peccato, però, che gli omicidi terribili di questi ultimi tempi, e cioè le morti cruente di esseri inermi e innocenti, come bambini, donne e anziani, e l’incertezza della pena fanno venire più di un dubbio sulla opportunità della sentenza capitale. E allora, perché non sottoporre questo argomento al giudizio della gente? Che si cominci pure, siamo o non siamo in un paese democratico? Noi lo faremo con un nostro sondaggio sui social, che chiederà, attraverso quest’articolo, se le persone sono favorevoli o contrari alla pena di morte, soprattutto in presenza di omicidi efferati. Casi in cui i mezzi incruenti per dissuadere gli omicidi, sono risultati inutili. Forse sarà solo dal punto di vista difensivo, oltre che retributivo, che la pena capitale potrebbe essere efficace. Un modo per dire “non provateci”.