Redazione

Non c'è peggiore vergogna, in questi giorni di continuo e irrazionale lockdown, delle cariche che la polizia di Roma, su ordine di qualche ottuso burocrate, ha scatenato nei confronti di alcuni ristoratori, disperati, che stavano protestando pacificamente davanti a Montecitorio. È una delle tante misure che le forze di polizia hanno preso nei confronti di imprenditori (fatti passare per criminali perché vogliono riaprire), desiderosi solo di riappropriarsi delle loro libertà costituzionalmente garantite, a cominciare dalla libertà di muoversi e lavorare, di cui nessun governo abusivo può privarli. Una brutta, bruttissima vicenda che ci spinge a ricordare, a distanza di cinquantatré anni, i violenti scontri tra studenti e poliziotti avvenuti a Roma nel 1968, davanti alla facoltà di architettura di Valle Giulia, che sono ancora ricordati sia per la reazione violenta degli studenti, che mai prima di allora avevano reagito agli attacchi della polizia, sia per una poesia che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri, in cui prese provocatoriamente le parti dei poliziotti in quanto figli di poveri. Fu un gesto con cui, Pasolini, più che prendere le distanze dalla cosiddetta “rivoluzione” culturale avviata col Sessantotto, intendeva spingere gli studenti a lasciarsi alle spalle la loro appartenenza borghese per schierarsi col PCI e gli operai. Ebbene, oggi, con la pesante limitazione delle nostre libertà personali, ci viene spontaneo lanciare un appello, alla Pasolini, appunto, per invitare i poliziotti, figli del popolo e di tanta brava gente che ha speso una vita a lavorare, a lasciarsi alle spalle la loro appartenenza a uno stato liberticida e prepotente per schierarsi dalla parte del popolo (cui appartengono i ristoratori scesi in piazza), della libertà e soprattutto della legalità, che in tante occasioni hanno garantito e difeso anche a rischio della vita. È un invito alla disubbidienza civile mai così opportuna e necessaria in un momento, forse il più difficile della storia repubblicana, in cui tanti commercianti e artigiani, orami prossimi al fallimento, avranno come alternativa alla chiusura “rubare o suicidarsi". Ecco perché, in un momento come questo, lo stato e tutte le sue ramificazioni, compresi prefetti, questori e poliziotti, devono essere vicini a chi produce, che è la parte migliore di questo paese. Lo tengano in mente tutti, membri del governo compresi, pagati profumatamente grazie alle tasse di chi lavora, ristoratori compresi.