Redazione

Finite le elezioni, e dopo la schiacciante vittoria di Occhiuto, arriva per il centrodestra il momento della riflessione. Perché passi, qui in Calabria, che per vincere le elezioni il centrodestra abbia dovuto imbarcare chiunque, ma non può di certo passare l’idea che quella parte della vecchia classe politica che è saltata sul carro dei vincitori al solo scopo di accaparrarsi risorse pubbliche da gestire a scopo clientelare, possa ancora condizionare, con le sue idee assistenzialiste, stataliste e redistributive una coalizione che nel suo DNA ha una vocazione liberale e federalista. Per cui, finiti i comizi e la propaganda sui social, per Lega e Forza Italia sarà il momento della riflessione su quello di cui ha realmente bisogno questa regione. È un’operazione necessaria, attraverso la quale i leader del centrodestra si accorgeranno finalmente che tanti cittadini comuni alla politica chiedono semplicemente di abbandonare i vecchi metodi che hanno portato questa regione dove è arrivata, e cioè molto in basso. È una massa indistinta di gente normale, che dalla politica vuole essere lasciata in pace, libera di vivere e lavorare. È chissà che questa sia la volta buona, affinché i leader del centrodestra, a cominciare da Salvini, ritornino savi, dopo una lunga parentesi di impazzimento, sotto il peso di una responsabilità immane e si vergognino un po’ della loro inconcludenza, dei posizionamenti tattici e aleatori di ogni giorno, del masochismo arrivato a livelli esagerati, della furia autodistruttiva che li sta portando a distruggere quel capitale immenso di idee e culture di cui godono. Perché in fondo il popolo calabrese non merita questo. Anzi, merita rispetto e un programma di governo ambizioso, che dovrebbe partire dall'idea che la Calabria (e il Sud in generale) è un’area che ha tutti i problemi di una regione debole, senza, però, averne i vantaggi. Infatti, quando un territorio è povero per attirare gli investimenti dovrebbe avere un costo del lavoro contenuto, una tassazione bassa e una regolazione moderata. Quando ci si trova in quelle condizioni, non è difficile crescere anche al ritmo dell’8% all'anno (com'è avvenuto in alcune zone dell’Europa orientale molto più povere e arretrate della Calabria). Il guaio, però, è che la Calabria come tutte le altre regioni, soprattutto a statuto ordinario, e in questo sta il fallimento del regionalismo, non può decidere autonomamente il costo del lavoro, il livello della tassazione e della regolazione, l’entità degli stipendi pubblici. E per giunta è invasa da una grande quantità di denaro prodotto altrove (il famoso residuo fiscale del Nord), che finisce per indebolire la società e accrescere la dipendenza, parassitaria, dalla politica di lavoratori, imprese e professionisti. Queste sono le ragioni più vere del dissesto calabrese e meridionale e ognuna di loro potrebbe trovare un rimedio se solo si potesse ragionare con serenità in merito a una possibile soluzione allo sfascio presente che tutti avversano: il federalismo. Quel federalismo concorrenziale di cui parliamo da tempo e che molto somiglia al progetto federalista della Lega delle origini, per raggiungere il quale Salvini, attraverso Roberto Occhiuto, nuovo presidente della regione, dovrebbe essere il primo commissario liquidatore di quel grosso fallimento nazionale che è stato appunto il regionalismo, iniziato coi costituenti e finito con la riforma D’Alema del 2001.