di Edilberto de Angelis

Tutti noi siamo abituati a pensare che le città debbano essere organizzate da regolamenti pubblici, dettati dal Comune, da altri enti locali o anche dallo Stato. Per cui il cittadino considera l’operatore pubblico come necessario per garantire la convivenza civile. Io, invece, visti i pessimi risultati della gestione pubblica dei servizi e preso atto del fallimento dei comuni (non solo in termini finanziari), penso che sia ormai necessario organizzare le nostre città fuori dallo Stato. Cioè prevedere dei raggruppamenti di edifici e di persone retti da regole non dettate da autorità pubbliche, ma formate privatisticamente, attraverso il consenso che si esprime in “contratti”. Negli Usa, dove tutto ciò avviene già da anni, 57 milioni di persone vivono in città, borghi e territori non ricompresi in comuni. Non hanno un sindaco, non hanno un consiglio comunale, eppure vivono in modo civile, retti da regole che scelgono privatisticamente. Il sistema normativo americano permette ciò che in Italia è impossibile: in USA un territorio deve necessariamente essere parte di una Contea e di uno Stato, ma non di un Comune. In Italia, invece, ai sensi dell’art. 114 della Costituzione ogni territorio dev’essere parte di un Comune, di una Provincia e di una Regione, senza eccezioni. A ogni modo, questi 57 milioni di pazzi libertari risiedono in realtà riconducibili a due forme giuridiche rientranti nella sfera dell’autonomia privata. In un primo modello gli abitanti sono inquilini: gli immobili sono di proprietà di un soggetto unico (un’associazione, una società di cui gli abitanti sono titolari di una quota o una fondazione) e sono concessi in uso/abitazione/locazione.  Nel secondo modello, invece, gli abitanti sono proprietari degli immobili in cui vivono e sono comproprietari dei beni comuni (strade, aiuole, ma anche centri ricreativi): di fatto si tratta di enormi condomini, che, però, non sono vincolati a una normativa preconfezionata dalla legge (com’è in Italia per i condomini, appunto) e possiedono regolamenti che ne delineano spesso forme organizzative molto complesse, più assimilabili a grandi società o associazioni. Le dimensioni non contano. Vi sono piccoli borghi, ma anche città di 50-60mila abitanti: ciò che li accomuna è essere retti da regole di natura privatistica. Si tratta, in fin dei conti, di “costituzioni private” da cui promanano “leggi private”. In quanto enti privati non possono andare in rosso: in questi ordinamenti la spesa pubblica insostenibile non esiste. E, formalmente, non è nemmeno pubblica, ma collettiva. E’ ovvio che in Italia pur essendo tutto ciò impossibile, per via di leggi balorde e di una balorda Costituzione (che ormai difendono solo i comici) che suddividono obbligatoriamente il territorio nazionale in Comuni, vincolati da migliaia di norme urbanistiche, qualcosa si potrebbe fare: basterebbe suddividere il territorio di un comune in quartieri, ognuno dei quali, giuridicamente, potrebbe essere considerato alla stregua di un condominio, e il gioco sarebbe fatto. Una specie di supercondominio, cioè un condominio a propria volta formato da condomini, avente ad oggetto le strade, le piazze, le aiuole, i parchi (che nel caso in cui fossero di proprietà pubblica dovrebbero essere ceduti al condominio-quartiere), la sicurezza nonché l’illuminazione e gli impianti termici centralizzati. Ovvio che ognuno di questi quartieri sarebbe poi collegato al modello del condominio sancito dal codice civile e la cui particolarità non starebbe nel modello organizzativo, ma nell'entità cui il modello condominiale giunge. I beni ricompresi in condominio non sarebbero solo le scale o le canne fumarie, e neanche solo le strade e le piazze, ma un’intera centrale termica e un servizio di guardie private. Ciò dimostra come anche in un quadro giuridico limitativo, il modello del condominio possa essere utilizzato come forma alternativa al modello, fallimentare, dell’ente pubblico locale. Infine, altro caso di città volontaria: quella pensata oltre i limiti fissati dal diritto pubblico, in cui i servizi pubblici sono forniti dai privati attraverso il modulo associativo, da cui far scaturire l’interazione di decine di associazioni: si andrebbe dall’associazione dei donatori di sangue, che collabora per organizzare le analisi del sangue a domicilio, sino alla società di mutuo soccorso, che organizza l’assistenza dei soci in ospedale; dalla pulizia delle strade sino alla gestione degli impianti sportivi e di edifici multifunzionali, di cui potrebbe incaricarsi un circolo ricreativo o sportivo. Ma la prospettiva in cui si muove la rete di servizi offerta dalle associazioni potrebbe essere ancora più ampia e potrebbe riguardare la sicurezza e i servizi sociali, quelli per cui lo Stato, nell’opinione comune, sarebbe assolutamente necessario; ciò, a sua volta, significa anche occupazione, quella che, sempre nell’opinione comune, dovrebbe essere creata e sostenuta dalla spesa pubblica, spesso improduttiva e  incontrollata. Auguri.