Redazione

Caro direttore, spinto dalla sua rubrica Sorsi e Discorsi e dalla sua attenzione per argomenti che non sono solo la noiosissima politica (poiché, nonostante sia un turista storico, della politica locale non me ne frega niente), devo farle una confessione: sono un impenitente buongustaio e per questo, soprattutto di notte, me ne sto in giro alla ricerca di buoni e onesti sapori. Confesso anche un’altra mia debolezza: mi piace associare il cibo alla bellezza, merce che sta diventando sempre più rara nei ristoranti o nei caffè. I quali, per loro caratteristiche, sono purtroppo di una bruttezza sconcertante. Il che, smentendo chi diceva che la bellezza è una promessa di felicità, mi porta a pensare che in un ristorante brutto difficilmente si riuscirà anche a mangiar bene. Così come in un caffè con le tovaglie macchiate, i tavolini traballanti, i muri viola, le slot machine e il gioco del lotto l’espresso, il più delle volte, sarà uno schifo.

Su questa zona pesa anche un’altra maledizione: più un locale ha un passato e meno ha un presente. Basta guardare come sono ridotti, oggi, alcuni caffè storici (storici nel senso che, mi dicono, sui loro tavolini siano state scritte pagine di storia locale) per farsene un’idea. Ma parlando di cibo mi tocca parlare soprattutto di ristoranti. I ristoranti della zona sono in gran parte brutti e chi tanto fa per il nostro turismo se davvero volesse rilanciarlo dovrebbe preoccuparsi meno delle centrali a carbone o dei tribunali e impegnarsi per dare un buon tavolo ai moderni viaggiatori, quella sorta di tribù nomade di qualità che si nutre oltre che di storia e bellezza, anche di sapori e odori e che vive del vostro paesaggio, dei vostri borghi, delle vostre tradizioni culturali e eno-gastronomiche.

La bruttezza comincia dai nomi, spesso anglofoni e quindi umilianti per la lingua italiana oppure grossolani: avete notato che esiste un ristorante Antichi Sapori in ogni buco del territorio? Fra le insegne più sciaguratamente seriali anche quelle legate a qualcosa che sta, o cresce, nelle vicinanze del locale, del tipo Il Canneto, Il Casello, La Murata, Il Porticato, Il Castello, Il Palmeto, Miramare, eccetera. Ed è curioso che proprio il vino, che dovrebbe suscitare immagini sempre nuove e fantasiose, ai vostri osti inibisca totalmente la fantasia.

Una volta passati sotto le tettoie di plastica che riparano gli ingressi di ogni brutto ristorante che si rispetti, si entra in una sala col pavimento brutto (di solito fredde piastrelle di ceramica buttate di traverso), le tovaglie brutte (color metallizzato o rosa pizzeria) e l'apparecchiata da Ikea, i fiori brutti (finti o rinsecchiti), ma specialmente le pareti brutte. Evito anche di andare in certi ristoranti rinomati della zona, e non perché mi abbiano detto che ci si mangi male (tutt’altro), ma perché i quadri che ho visto sui loro siti internet mai e poi mai vorrei guardarli da vicino.

Non penso di tornare neanche in quei locali la cui cucina (o il cui caffè) mi hanno lasciato del tutto indifferente, ma le cui pareti mi hanno profondamente colpito, perché fra le opere di cosiddetta arte c’era anche il ritratto seppiato, con tanto di cornice e lumino stile cimitero, del nonno baffone, magari fondatore del ristorante, che guardandoti severo non ti fa concentrare sul cibo, sui vini o sulla conversazione, con quel faccione davanti agli occhi che sembra ammonirti affinché tu faccia una vita parca, lontano dai vizi. Comunque l’inquinamento visivo, il brutto che fa male all’anima, oggi è soprattutto al plasma e fuoriesce dagli schermi che impestano i locali di ogni ordine e grado, anche elevato. Perciò apprezzo il proprietario di un raffinato ristorante a due passi dal mare, che del plasma non sa che farsene e lo tiene sempre spento, alla faccia di chi vorrebbe vedere calcio e cosce, mentre accende fioche luci con cui illumina gli stupendi oli di artisti locali (di cui è forse mecenate) e di cui è tappezzato la sua bella sala.

In questa città, infatti, mi capita di non potermi più sedere tranquillo, poiché tutti i caffè e i ristoranti oltre che incasinati sono tappezzati di schermi e io che a casa non guardo quella televisione (spazzatura) sarei obbligato a sorbirmela assieme al chinotto, al caffè macchiato o alle immancabili linguine allo scoglio. Una volta, con un mio amico di Novara, sono finito in uno di questi locali pieni di schermi, e per l’impossibilità di guardare altrove o di conversare con lui ho sprecato la serata ipnotizzato da telegiornali, pubblicità e partite di calcio. Siccome questi ambienti inquinati sono spesso anche affollati bisogna dare ragione a chi diceva che peggiore è una persona più questa si sentirà a suo agio nella bruttezza. Una frase meravigliosa che mi è servita a far aumentare la già grande stima che nutro per me stesso, poiché detestando i locali brutti sono senza dubbio una persona migliore.

A questo punto, dopo un piccolo elenco di orrori estetico-gastronomici che poteva essere molto più lungo, mi viene un dubbio: è giusto per un impenitente ottimista come lei è pubblicare quest’articolo così disgustosamente pessimista? Alla gente, come scrivevo in precedenza, bisogna dare una speranza: ma la speranza, in questo paese, dove la vado a pescare? Ecco, forse ho trovato. Nella Corigliano mangereccia la bellezza è nascosta, segreta, la si può trovare, oltre che in pochi locali veramente caserecci, nelle case private, dove sono stato invitato più volte e dove si gustano cibi e vini veri fra pochi amici. Ingredienti perfetti, bicchieri giusti e soprattutto televisore spento. La dolcezza del vivere, quindi, è a portata di mano.

Cordialità, Marco De Lauri.