Quand’ero al liceo, gli studenti, in gran parte fortemente politicizzati, protestavano e occupavano con ardore le scuole perché con la scusa di chiedere una scuola migliore chiedevano, in realtà, un mondo migliore. Stessa cosa avveniva quando facevo l'università. Tutti combattevano contro una società considerata chiusa e reazionaria, nella quale i poveri ministri dell’istruzione, rei o di far troppo o troppo poco, erano solo il sintomo di un malessere più grande. Allora si voleva cambiare il mondo, altro che la scuola. Sappiamo come è andata a finire: il mondo ha cambiato loro, poiché la maggior parte dei rivoluzionari di cartapesta si fece ingoiare dalla quotidianità, finendo dietro una scrivania o nell’azienda di papà.

Se vado a pescare nei ricordi vengono fuori centinaia di fotogrammi di gloriose marce, cui fortunatamente non ho mai partecipato, in cui il rinnovamento della scuola non interessava nessuno. La protesta scolastica era solo il pretesto per far conoscere la propria visione del mondo e la lotta ideologica a tutto: alla guerra, all’inquinamento, all’industrializzazione, al capitalismo, alle donne che non la davano e via stronzate del genere che spesso si concludevano con gloriose occupazioni in cui si discuteva del nulla fino a tarda notte per poi finire a tarallucci e vino.

Oggi, fatte le dovute proporzioni (culturali e epocali), ci mancherebbe, avviene la stessa cosa, perché le generazioni potranno essere in guerra o capirsi poco o avere motivazioni diverse, ma da una cosa sono indubbiamente e risolutamente unite: si sono passate, l’un l’altra, il testimone della difesa della scuola così com’è, inefficiente e inguaiata, anche quando giocano a fare i contestatori. Il che è, per usare la parola giusta, un vero disastro, per tutti.

Ci sono buone ragioni per ritenere che la scuola faccia schifo e che sembri un lebbrosario. Ci sono ottimi motivi per biasimare più che quello che c’è, quello che non c’è nella nostra scuola. E’ giusto, come si sente nei tanti cortei, ricordare che i mali dell’istruzione sono tanti, a cominciare dagli investimenti che sono sempre meno. Ma è difficile sostenere che l’assenza di risorse finanziarie adeguate sia il problema principale. Credo lasci un po’ perplessi l’idea di riformare il sistema scolastico partendo dai soldi e non dal drastico abbassamento del livello qualitativo dello stesso, dovuto in gran parte a insegnanti somari, impresentabili, brutti, senza passione e per questo poco stimolanti. Perché i giovani hanno bisogno, per cresscere, in tutti i sensi, anche di esempi positivi, di gente preparata, colta, di sognatori, di comunicatori, di belle fighe e non di gente ignorante, brutta e insignificante, magari frustrata, con l’unica preoccupazione della vacanza, del mutuo da pagare o della pensione che prenderà.

Infatti, quello che ci fa incazzare quando i ‘ggiovani’ occupano e s'inalberano nelle loro ridicole crociate contro i mali (sempre generici) della scuola, è che non si apra mai un momento di confronto, di dibattito serio sull’argomento. I ‘ggiovani’ vengono abbandonati nelle loro insulse occupazioni, magari a giocare alla playstation o a carte (o addirittura a farsi le canne), senza che gli insegnanti li guidino in questa loro avventura. Ai ‘ggiovani’ (e agli stessi insegnanti) non interessa discutere del futuro di una scuola che frequentano (o in cui lavorano) e che il più delle volte li delude o li esclude da un futuro sempre più incerto e difficile. I loro obiettivi sono, da sempre, due. Il primo, è di mantenere in piedi questo sistema indecente. Il secondo, quello reale, è evitare di andare a scuola, perché la scuola gli fa schifo, li annoia, non li coinvolge, per cui non gliene frega un cazzo che in futuro sia diversa da quella (inutile) che stanno frequentando oggi.

A sentir loro, ovviamente, quelli che vogliono che le cose cambino sono quelli che occupano e sfilano in corteo, mentre i conservatori se ne stanno chiusi nelle loro stanze. Ma in ogni singolo atto di protesta, in ogni slogan urlato contro cose che non capiscono e che mai hanno fatto la loro comparsa nella scuola italiana (l’aziendalizzazione! la privatizzazione! la meritocrazia!), sta, a loro insaputa, la difesa a oltranza di un modello che ha dimostrato di essere insostenibile e disfunzionale e che fa solo gli interessi di una casta di cialtroni composta da coloro che vivono immeritatamente e parassitariamente di scuola. E’ il modello di una scuola gestita in monopolio dallo Stato e pertanto intrisa di merda: nei curriculum, nel reclutamento dei docenti, nelle scelte manageriali degli istituti e del ministero competente. In tutto. Ecco perché i giovani vogliono starne lontani il più possibile: per non sporcarsi.

Di solito, il conflitto sociale presuppone una discordanza fra portatori di interessi. Operai contro padroni, ad esempio. Invece, quando si parla di riforme dell’istruzione (quale che sia la riforma), è sorprendente vedere costantemente allineati gli azionisti (le famiglie), i lavoratori (gli insegnanti) e i consumatori del servizio (gli studenti). Gli azionisti non si lamentano della modesta performance dell'azienda di cui, volenti o nolenti, posseggono delle quote; per loro èimportante che al mattino i figli si tolgano dai coglioni. I consumatori non si lagnano della pessima qualità del servizio che ricevono, perché così fanno poco. Gli uni e gli altri sono allineati sulle posizioni degli insegnanti, i quali hanno un atteggiamento conservatore perché gli conviene. Sono refrattari alle riforme per lo stesso motivo per cui è improbabile che gli operai di un’impresa siano entusiasti di un cambiamento nelle produzioni della stessa. Il loro salario potrà essere basso, ma giocano la loro partita nelle condizioni date, e ci sono comprensibilmente affezionati. Sono loro a ‘catturare’ gli studenti, portandoli sulle proprie posizioni? In parte, è sicuramente così visto lo scarso impegno a riportarli nelle aule. Ma gli studenti sembrano avere scarso rispetto dell’autorità dei maestri, in circostanze nelle quali non viene offerta loro l’opportunità di combattere, di concerto, il sistema. E oggi, indubbiamente, le proteste mostrano un tasso di ideologia assai più basso di quanto non fosse il caso in passato. È tutto un rito, è un testimone che ci si passa da generazione a generazione. Uno schifo.