di Anton Giulio Madeo

In una società civile, attenta alle libertà e ai diritti individuali, chi afferma un fatto deve darne la prova. E a questo principio, sacro e inviolabile in un paese libero, per cui l'onere della prova spetta a chi accusa, oltre ai magistrati (che spesso se ne fottono) dovrebbe attenersi anche la stampa, la cui libertà e indipendenza, in nome di un presunto diritto di cronaca, non è assoluta, poiché mai può sconfinare nella calunnia e nello sputtanamento. Ecco perché tutte le volte che i giornalisti chiamano in causa qualcuno, per censurarne i comportamenti o per muovergli accuse, legittimi in un posto in cui la stampa è il cane di guardia della democrazia e del vivere civile, dovrebbero provarne le colpe con dati di fatto e non coi si dice o con le chiacchiere. Gli individui, la persona, e la loro dignità valgono più di ogni altra cosa. Eppure viviamo un periodo, caratterizzato dalle regole balorde, ferocemente illiberali introdotte da Tangentopoli, che hanno contribuito a criminalizzare soprattutto la politica, in cui spesso l'onere della prova viene ribaltato: devono essere i singoli cittadini, specie quelli che detengono il potere politico, a dimostrare la propria innocenza, perché fino a loro discolpa sono considerati tutti presunti colpevoli, tutti delinquenti, che chiunque può attaccare, sputtanare, infangare. E tutto ciò più che nei tribunali avviene sulle pagine dei giornali. Si tratta, come capirete, di un pericoloso ribaltamento dello stato di diritto, che capita soprattutto a coloro che sono vittime. Fateci caso: molte delle centinaia di persone (in gran parte politici e manager pubblici) che in questi ultimi anni sono finite nel tritacarne del circo mediatico-giudiziario, pur essendo state poi assolte nei processi, non sono mai riuscite a far dimenticare all’opinione pubblica la loro colpevolezza, perché non si sono mai potute difendere in quei tribunali del popolo che sono e sono state le redazioni dei giornali, dove i veri processi, quelli mediatici, si sono svolti e conclusi, ovviamente con sentenze di condanna, al momento dell'avviso di garanzia, delle indagini, del rinvio a giudizio o, addirittura, di uno dei tanti arresti, poi revocati, fatti al solo scopo di compiacere proprio una stampa giustizialista che campa di questo, delle disgrazie altrui. Pensate, restando dalle nostre parti, al caso del processo Why Not: esempio eclatante di come una società civile abdichi di fronte alla barbarie dei giornalisti, più che delle procure, che non hanno mai dato grande risalto al fatto che quell’inchiesta alla fine fu un clamoroso flop. E credetemi, non si tratta di una questione capziosa. Ma di un nodo che le persone civili (e quindi chi crede nella libertà e nello stato di diritto) debbono sciogliere. L’onere della prova non può essere mai invertito, anche in presenza di particolari situazioni d’emergenza, come può essere, qui da noi, la lotta alla mafia. E quando ciò avviene (magari per via di leggi emergenziali approvate, e applicate, per difendere la nostra vita e il nostro modello culturale), capita di trovarsi nella paradossale condizione in cui giornalisti disonesti difendono il nostro sistema di valori, tra cui l’onere della prova, con chi lo vuole distruggere (i mafiosi ) e lo negano con chi è vittima della mafia. E qui emergono tutte le responsabilità di una stampa cialtrona che colpevolizza con troppa facilità (magari per viltà e fregandosene della verità) chi cerca di opporsi alla barbarie. E’ tutto qui il senso di ciò che sta accadendo a Corigliano, dove per calunniare un sindaco perbene, che da mesi, se non da anni, qualcuno cerca di far passare per un criminale senza il benché minimo fondamento, senza la benché minima prova, ci si scorda di raccontare, anche sotto forma di pettegolezzo o di chiacchiera, che da qualche parte c’è una criminalità organizzata che si sta riorganizzando per taglieggiare, con metodi più moderni e apparentemente legali, le forze produttive del territorio. Se questo vi sembra un paese libero …