di Anton Giulio Madeo

Per i professionisti della fusione, questa fine estate del 2017 promette di essere una stagione particolarmente complicata. Piccolo riassunto, per chi si fosse perso qualcosa. Il 21 agosto scorso, un concitato consiglio comunale di Corigliano, che avrebbe dovuto revocare la delibera di adesione al progetto, decise, soprattutto per volontà di quattro coglioni senza spina dorsale, di soprassedere alla revoca, concedendo una proroga all’ipotesi di città unica, ma a condizione che, entro il 15 settembre, il consiglio regionale della Calabria reintroduca il quorum nel referendum consultivo e si confrontino i bilanci dei due enti, in modo da preparare un piano di fattibilità appena appena decente e credibile, altrimenti addio fusione. Ebbene, qualche giorno fa, le delegazioni dei due comuni si sono incontrate e a dir la verità l'incontro non è andato per il verso giusto, poiché il comune di Rossano, come prevedevamo, ha mostrato di non avere proprio i conti in regola per fondersi con un comune, finanziariamente sano, come quello di Corigliano. Perché, nel confronto tra i rendiconti 2016 delle due città è in quello rossanese che sono venute fuori numerose crepe, che ci spingono a proporre per un bel premio chi, nei giorni scorsi, sosteneva il contrario. Un premio alla faccia tosta, da dare a chi, per mesi, anche a livello istituzionale, ci ha mentito (e continua a mentire), negando che il comune di Rossano fosse un ente finanziariamente a rischio per i numerosi buchi neri che ha nel proprio bilancio (sfora, ad esempio, tre o quattro parametri di deficitarietà che invece si davano per inesistenti, la procedura di riaccertamento dei residui è stata fatta in maniera farlocca, le anticipazioni di liquidità dalla tesoreria non ripianate al 31 dicembre 2016 sono state di importo superiore a quello rappresentato in bilancio, manca la costituzione nel bilancio dei fondi per il contenzioso e le spese legali, non sono completamente veritiere le quote pro capite per indebitamento, costo del personale e di rapporto con i residui attivi). Uno smacco, dunque, per gli spocchiosi rossanesi e per gli ultra della fusione a ogni costo, reso ancora più doloroso dalla constatazione, fatta dalle due delegazioni, della virtuosità finanziaria del comune di Corigliano, come da più mesi va sostenendo il sindaco Geraci, il cui pensiero, però, è passato nel silenzio della stampa per ragioni che varrebbe la pena approfondire. Per cui verrebbe quasi da dire: sì, coraggio, le cose vanno bene, le nostre finanze, secondo alcuni menagramo, dovevano essere il detonatore della nostra città, in modo che si potesse avviare un processo di fusione eteroguidato, e invece alla fine grazie a una buona gestione politica dopo una lunga convalescenza, “hanno lasciato la terapia intensiva e ora le notizie sono buone”. Potremmo continuare per ore su questo argomento, ma il messaggio ci sembra chiaro. A Corigliano le cose vanno molto meglio del previsto e di quello che raccontano e lo spettacolo prodotto da queste buone notizie è spassoso per una serie di ragioni che vale la pena passare in rassegna. Da un lato troviamo i fusionisti rossanesi, ormai pronti anche a mentire pur di portare avanti una complicata operazione “umiltà e responsabilità” che ovviamente, a questo punto, lascia il tempo che trova, dopo aver passato anni e anni a cercare di sputtanare e ostacolare, se non fosse stata da loro egemonizzata e guidata, ogni ipotesi di collaborazione o unione con gli altri comuni del territorio, considerati non all’altezza della virtuosa e colta città del Codex (emblematica, a tal proposito, fu la vicenda della provincia della Sibaritide, che fallì anche per una certa ritrosia della classe dirigente rossanese a credere in un grande progetto che avesse Sibari al suo vertice). Dall’altra parte, invece, troviamo un sistema dell’informazione che di fronte alle buone notizie scopre di non essere attrezzato a raccontare con lucidità la Corigliano che funziona, che si muove e che si accorge continuamente di trovarsi molto più a suo agio a descrivere ciò che Corigliano non è e che può essere incasellato sotto la voce “emergenza”, “allarme”, “giallo”, “crisi”, “mafia”, “corruzione” a costo di spacciare per notizie vere anche le bufale. Si dirà: ok, ma perché è importante far sapere che le cose vanno meglio di quanto si creda? La risposta è semplice: perché la maggior parte delle persone non pensa che sia così. La maggior parte delle persone, anche sulla base di notizie false, non ama la propria città, non ne è orgoglioso, così pensa che Corigliano sia una città di merda (infatti la frase più usata dal coriglianese medio è: “cchi paisi i mmerda”), amministrata male, che per essere rimessa a nuovo avrebbe bisogno di un papa straniero, in questo caso la città di Rossano con tutta la sua ridicola corte dei miracoli. E questa tendenza a percepire il proprio mondo molto peggiore rispetto a quello che è, sta compromettendo la capacità dei coriglianesi di affrontare in tutta autonomia e fiducia le sfide future che attendono la città (mai bella e funzionale come in questo momento, e per farsene un’idea basta pensare al boom di turisti che c’è stato quest’anno), per cui, dicono i soliti buontemponi, sarebbe necessario affidarsi a un progetto di fusione, uno qualsiasi, anche improvvisato, perché l’unione fa la forza, perché insieme ce la possiamo fare. E’ ovvio che descrivere un mondo che non c’è porta a concentrarsi sui problemi falsi (e la fusione così concepita è uno di questi), a ignorare le questioni vere e a imporre temi secondari nell’agenda della politica. Descrivere un mondo per quello che è, invece, permette di concentrarsi sui problemi veri, di non perdere troppo tempo con le questioni secondarie e di imporre sull’agenda della politica temi importanti, seguendo i quali una città può pensare non solo a come lamentarsi ma anche a come crescere. E se poi, in conclusione, questa fusione di merda la si volesse fare sul serio, beh, bisognerebbe dire a questi frettolosi e confusionari fusionisti del cazzo che dovrebbero procedere in tutt’altro modo, magari con delegazioni comunali molto motivate e vogliose di sottoscrivere delle convenzioni di indirizzo, vincolanti, settore per settore, compreso il personale, che prevedano condizioni ben precise da inserire nella legge sul comune unico che così dovrebbe essere scritta dai comuni e poi promulgata dal consiglio regionale, senza stravolgimenti. Perché se le cose si stabiliscono prima, si possono evitare pericolosi blitz di faccendieri e mezze seghe numerosi e ben rappresentati in regione. Non è questione di sfiducia, di ottimismo o di pessimismo, né di presunzione. Ci mancherebbe. E’ questione di realismo. Di voler scegliere da quale parte del mondo stare e magari condurre il gioco e questa volta da primi della classe.